Ci hanno appassionato, spaventato, a volte terrorizzato. Eppure, da ormai molti decenni a questa parte, i film horror sono alcuni tra i prodotti cinematografici preferiti tra gli spettatori di tutte le età.
Ma cosa fa e cosa ha fatto sì che il pubblico potesse amare a tal punto il genere horror? Indubbiamente, alla base c’è un efficace effetto catartico che ci permette di osservare con la giusta distanza – e, talvolta, anche con un gradito tocco di ironia – quelle che sono le nostre paure ancestrali.
Eppure, al fine di comprendere al meglio tale fenomeno, occorre fare un doveroso salto indietro nel tempo.

Le origini del cinema horror in Europa, infatti, sono da ascriversi all’incirca agli inizi degli anni Venti – e in alcuni casi addirittura agli anni Dieci – quando la fortunata corrente dell’Espressionismo Tedesco iniziava a raccontare per immagini la dualità dell’essere umano.

Nel 1920, per la precisione, con Il Gabinetto del Dottor Caligari Robert Wiene dava ufficialmente inizio a tale corrente cinematografica. Inquietanti giochi di luci e ombre, scenografie spigolose, inquadrature sghembe, immagini oniriche e, soprattutto, il tema della follia stavano a mettere in scena l’ambivalenza dell’uomo, tanto apparentemente “indifeso”, quanto, in realtà, potenzialmente pericoloso.

Il grande Fritz Lang aveva ben reso questo concetto undici anni dopo con il suo capolavoro M – Il Mostro di Düsseldorf, dove l’iconico Peter Lorre rappresentava ogni essere umano in tutte le sue più insospettabili e inquietanti potenzialità. E l’idea che tra di noi possa nascondersi un assassino continua ancora oggi a giocare un ruolo centrale in numerose pellicole (basti pensare, giusto per fare un esempio, al bellissimo Memorie di un Assassino, diretto dal pluripremiato Bong Joon-ho nel 2003).

Eppure l’Europa non è l’unica patria dell’horror. E tale genere cinematografico si è avvalso, nel corso degli anni, di molti altri “punti deboli” dell’essere umano stesso, al fine di dar vita a storie totalmente innovative ma altrettanto “efficaci”.
Spostandoci dall’Europa agli Stati Uniti, infatti, vediamo come qui, in seguito al crollo di Wall Street nel 1929, gli uomini si sentivano spaesati, spiazzati, avevano perso ogni certezza ed erano letteralmente terrorizzati dal fare ogni qualsivoglia investimento per il futuro. E a questo punto ecco che entra in gioco nuovamente il cinema. Il cinema rappresentava all’epoca l’unica possibilità di svagarsi, di non pensare (almeno per poche ore) ai problemi del quotidiano. E mai come agli inizi degli anni Trenta gli spettatori avevano bisogno di leggerezza.

Fu così che in America – agli inizi degli anni Trenta, appunto – iniziarono a svilupparsi maggiormente tre generi cinematografici in particolare: i film comici (in cui i Fratelli Marx facevano quasi da protagonisti assoluti), le commedie sentimentali dalla trama inconsistente e dalle numerose venature erotiche (e questa era la specialità della leggendaria Mae West) e, non per ultimi, i film horror.
I film horror dell’epoca giocavano principalmente con quell’inquietudine di fondo che pervadeva le vite degli esseri umani e tramite un riuscito effetto catartico puntavano a far sì che lo spettatore stesso potesse “affrontare” – anche se in senso parecchio lato – le proprie paure.

Il cinema dei mostri, dunque, inizia a svilupparsi proprio in questi anni e particolarmente significativa – giusto per fare un esempio – è l’immagine di King Kong che minaccia la città e tiene in pugno una donna bianca (nel King Kong di Merian C. Cooper e Ernest B. Schoedsack, 1933). Tale immagine rappresentava quasi la summa delle paure inconsce che la gente provava all’epoca: qualcosa di grande e misterioso che minacciava fortemente la tranquillità e ogni qualsivoglia certezza.

Nel corso degli anni, ovviamente, il cinema horror si è ulteriormente sviluppato. E da uno dei generi più amati dal pubblico sono nate tante nuove sottocategorie, riguardanti principalmente i fenomeni paranormali, il genere slasher e l’horror psicologico. Su cosa giocano tali generi al fine di incutere timore allo spettatore? Come spesso accade, tali film presentano talvolta degli approcci antitetici. Se, infatti, a tutti noi (o quasi) fa impressione la vista del sangue, ecco che riuscite scene splatter sono in grado di impressionarci a dovere. E in questo ambito anche l’Italia ha avuto modo, a suo tempo, di fare scuola in tutto il mondo. Basti pensare a maestri dell’horror come Mario Bava, Lucio Fulci e soprattutto al grandissimo Dario Argento. E proprio per quanto riguarda Argento, particolare attenzione merita la sua collaborazione con il direttore della fotografia Luciano Tovoli, il quale, per quanto riguarda le scene splatter del film Suspiria (1977), ha pensato di conferire al sangue finto un colore del tutto particolare, decisamente acceso, che nella sua artificiosità risultava incredibilmente realista.

Ma la vista del sangue, di membra mutilate o di corpi martoriati non è solo l’unico elemento in grado di spaventare lo spettatore. Come abbiamo già affermato, infatti, soprattutto negli ultimi decenni si è diffuso il genere dell’horror psicologico e paranormale, che fa leva su ciò che l’essere umano non conosce o non è in grado di conoscere. E la paura di ciò che è ancora “sconosciuto”, di ciò che potrebbe accadere e di tutto ciò che sta a trasmetterci un’indefinita sensazione di angoscia, si sa, è uno dei principali fattori scatenanti dell’ansia (patologica e non). Perfettamente in linea con l’epoca contemporanea, dunque. Per questo motivo, oggi, gli horror psicologici (o trattanti fenomeni paranormali) vengono prodotti sempre più frequentemente e abbracciano tematiche e situazioni che, in un modo nell’altro, riguardano tutti da vicino, quali la religione, l’aldilà, ma anche momenti trascorsi in casa da soli, o in cui, di notte, si sentono dei rumori sospetti.

Al contempo, c’è anche chi del “non visto” – e, più in generale, del fuoricampo – ha fatto il proprio marchio di fabbrica, attingendo a piene mani da quanto realizzato in passato. Stiamo parlando del celebre cineasta austriaco Michael Haneke, che portando all’estremo alcune soluzioni registiche adottate da Fritz Lang già in M – Il Mostro di Düsseldorf, ha relegato al fuoricampo momenti particolarmente violenti (come accade, ad esempio, in entrambe le sue versioni di Funny Games, realizzate rispettivamente nel 1997 e nel 2007). Nel momento in cui la macchina da presa – rigorosamente fissa – inquadra un soggiorno vuoto mentre sentiamo le voci di una famiglia che viene massacrata da due sconosciuti, ecco che il nostro senso di angoscia aumenta a dismisura.

Tanti approcci, dunque, per altrettante storie. Ma, in fondo, tutte queste forme del cinema horror prendono vita proprio dall’essere umano, dalle sue più recondite paure e dall’urgente necessità di affrontarle, di razionalizzare, di guardarle sotto occhi diversi, di “liberarsi”. E anche questo, dunque, è uno dei tanti poteri della settima arte. Un potere che, nel corso degli anni, è stato esercitato (quasi sempre) magistralmente e che, oggi come oggi, si è fatto a dir poco necessario.