Tutti noi siamo stati conquistati, fin da bambini, da immagini disegnate che, muovendosi sullo schermo, ci raccontavano ogni volta una storia diversa. E anche per chi ormai non è più bambino, i film d’animazione stanno a rappresentare un’esperienza del tutto ammaliante e singolare, sia che si tratti di un film dedicato ai più giovani che di un prodotto destinato agli adulti. Ma se, nel corso degli anni, nel mondo del cinema – e, di conseguenza, anche nel mondo dell’animazione – sono stati fatti parecchi progressi da un punto di vista prettamente tecnico, non possiamo negare che, ancora oggi, ogni qualvolta ci si presenti l’occasione di visionare un film d’animazione in stop motion, ci sentiamo elettrizzati come un bambino intento a scartare i regali di Natale. E dal momento che, a scapito delle avanzate tecniche in computer grafica, ancora oggi numerosi autori e case di produzione continuano a prediligere la tecnica dell’animazione in stop motion, al fine di comprendere appieno in cosa consista realmente tale tecnica, occorre fare un doveroso salto indietro nel tempo. Molto indietro. Addirittura prima dell’invenzione del cinema stesso da parte dei fratelli Lumière.

Esempio di animazione con fenachistoscopio

In molti sapranno che, durante i numerosi tentativi di mettere le immagini in movimento, fisici e tecnici in tutto il mondo si sono cimentati in principio proprio con delle immagini disegnate, dal momento che la fotografia ancora non era stata inventata. Attraverso rudimentali animazioni – iniziate addirittura nel XVII secolo, quando Athanasius Kircher progettò la lanterna magica – abbiamo visto una serie di macchinari, sempre più sofisticati, creare brevi storielle in animazione, per una serie di disegni proiettati uno dopo l’altro, in modo da creare, appunto, un breve spettacolino pensato, a seconda dei casi, per una visione singola oppure collettiva. Ed ecco che, immediatamente, invenzioni come il fenachistoscopio (progettato da Joseph-Antoine Plateau) o il teatro ottico di Émile Reynaud riuscirono a catturare l’attenzione di migliaia di spettatori. Questi macchinari permettevano, appunto, di far sì che rudimentali disegni proiettati uno dopo l’altro al proprio interno si muovessero in modo più o meno fluido. Per rendere al meglio l’idea, ogni singolo disegno, oggi, corrisponderebbe a un fotogramma di una pellicola cinematografica. Ma andiamo per gradi.

Un’altra invenzione che ha influito parecchio su quello che sarebbe diventata l’animazione cinematografica dei primi anni del Novecento (e non solo) è il cineografo, progettato nel 1868. Il cineografo altro non era che un libricino con delle immagini disegnate all’interno di esso: sfogliando velocemente le pagine, si potevano vedere le figure muoversi. E questa, dunque, è un’altra delle tecniche basilari dell’animazione a passo uno. Basti pensare che i primi film d’animazione realizzati dopo l’invenzione del cinematografo si basavano proprio su questo principio.

E così, l’animazione a passo uno – altrimenti indicata, appunto, come animazione in stop motion – nasce proprio in seguito a una serie di tentativi atti a mettere immagini in movimento, iniziati ancor prima della nascita del cinema stesso. Ma torniamo ai giorni nostri.

Come già affermato, sono in molti, ancora oggi, a prediligere un’animazione in stop motion, invece di affidarsi unicamente alla computer grafica. Soprattutto per il fatto che l’animazione in stop motion sta a conferire all’intero lavoro un gusto rétro e nostalgico, oltre a regalarci, a seconda dei casi, immagini ora bidimensionali, ora tridimensionali (nel caso in cui le animazioni vengano realizzate, ad esempio, con oggetti di cartapesta o di plastilina), ora addirittura miste visivamente accattivanti e, spesso, anche estremamente curate e sofisticate.

Come si realizza oggi, dunque, un film d’animazione in stop motion?

Al fine di realizzare queste particolari animazioni, c’è bisogno di una telecamera speciale, che cattura un fotogramma alla volta, debitamente azionata dall’operatore. I disegni di volta in volta catturati – o, a seconda dei casi, i pupazzi precedentemente realizzati – vengono, dunque, preparati dagli animatori prima di ogni singolo scatto. Semplice, vero? In realtà, non proprio. Perché, di fatto, per far sì che si ottengano buoni risultati, sono necessarie numerose pose e, ovviamente, mediante un lavoro a dir poco certosino, bisogna stare attenti a ogni singolo dettaglio e a ogni singolo movimento. I risultati finali, in compenso, ripagano di tutta la fatica.

Un esempio? Basti pensare ai primi cartoni animati realizzati a inizio Novecento, alle animazioni dei mostri realizzate negli anni Trenta nei primi film horror statunitensi (vedi, su tutti, il celebre King Kong del 1932) o anche, volendo tornare ai giorni nostri, ad autori come Wes Anderson (con i suoi ottimi Fantastic Mr. Fox, del 2009, e L’Isola dei Cani, realizzato nel 2018), Jan Svankmajer (maestro indiscusso dell’animazione declinata in un cinema altamente visionario e sperimentale), Tim Burton (Nightmare before Christmas, La sposa cadavere) o anche alle apprezzate case di produzione Laika Entertainment (Coraline e la Porta magica, Boxtrolls, Kubo e la Spada magica) e Aardman Animations (Galline in Fuga, Wallace&Gromit, Shaun – vita da Pecora). Ma questi sono soltanto alcuni dei tanti nomi e delle numerose realtà che dell’animazione in stop motion hanno fatto il loro cavallo di battaglia.

Perché, dunque, nonostante le sempre più raffinate tecniche di animazione, la stop motion continua ancora oggi a esercitare un certo fascino su autori e spettatori? Semplice: oltre a riportarci, a suo modo, indietro nel tempo, riesce a restare, al contempo, sempre al passo con i tempi, date le numerose declinazioni in cui viene usata. Una riuscita commistione tra presente e passato in grado di riempirci gli occhi di bellezza. E di bellezza, si sa, ne abbiamo sempre urgentemente bisogno.