Il modo migliore per definire cosa sia Junk Head di Takahide Hori è amore.
Amore per il cinema e per la cultura Pop, ma soprattutto un sentimento sincero verso per la fantascienza, verso i grandi maestri che hanno fatto sì che questo genere cinematografico diventasse la porta verso la creatività più libera e in alcuni casi più estrema.

Takahide Hori non è né un regista professionista né un tecnico animatore, viene da tutt’altro ambito lavorativo, eppure, con questo film d’animazione in Stop Motion, è riuscito a creare un universo immaginifico attraente, coerente e robusto che si muove metà tra citazione e rinnovamento.

In un futuro ben poco allettante, l’umanità si è ritrovata sostanzialmente sterilizzata e ha deciso di inviare un esploratore nelle profondità della Terra dove esistono creature mostruose ed ibride, cloni che forse possono rispondere all’esigenza di avere di nuovo la possibilità di riprodursi.
Per il protagonista sarà l’inizio di un viaggi pieno di personaggi bizzarri, mostri e tanto spavento.

I 101 minuti di queste avventure piene di ironia, tenerezza e leggerezza, sono un piccolo miracolo dell’animazione, soprattutto se si pensa che Hori ha fatto tutto questo da solo, con i propri mezzi e la propria fantasia.

Certo, vi sono dei piccoli difetti in Junk Head, su tutto il fatto che la sceneggiatura ad un certo momento tende a diventare ridondante, con un eccesso di digressioni e linee narrative parallele, complice anche forse una durata leggermente eccessiva di una ventina di minuti. Tuttavia Junk Head, con il suo continuo rivisitare dal punto di vista visivo ed anche narrativo, il meglio che ci hanno offerto maestri come Ridley Scott, John Carpenter, Sam Raimi, James Cameron, per non parlare di artisti come Giger e Moebius o Jodorowski, riesce a farci riassaporare il meglio dell’autorialità fantascientifica che fu, quando questo genere viveva di metafore sul l’umanità è la sua disgraziata condizione.

La stop motion per tanti anni è stata una delle tecniche di animazione più suggestive, utilizzate e ammirate di sempre, poi messa in disparte ovviamente dalla maggiore economicità e semplicità della computer.
Forse involariantamente, Junk head ci porta a rivalutare se non si sia forse è il caso di tornare all’antico, perlomeno per alcune finalità narrative, che solo tecniche forse obsolete possono nobilitare al massimo.

Hori ha dichiarato che questo dovrebbe essere il primo episodio di una trilogia, che onestamente da sperare che si riesca a completare, magari con l’aiuto di una produzione un po’ più generosa, e di uno sceneggiatore che gli permetta di avviare i piccoli difettucci di questo che rimane comunque un prodotto di intrattenimento pieno di sentimento e creatività.

Junk Head è assolutamente da vedere se non altro per riuscire a staccarsi dal già visto, da una ripetitività che si sta impadronendo negli ultimi anni anche dell’animazione giapponese, un tempio una volta unico e inviolato.