The French Dispatch of The Liberty, Kansas Evening Sun, l’ultimo film di Wes Anderson, è un omaggio a tutto. È un omaggio alla Francia, luogo in cui il regista risiede, rappresentata poeticamente con le tinte tenui delle cartoline dipinte. È un omaggio alla parola che narra, le narrazioni del film ruotano attorno alle esperienze giornalistiche degli articolisti del French Dispatch. È un omaggio all’arte intesa come forma d’espressione individuale e racconto esplicativo.

Il decimo film di Wes Anderson è tutto questo, ma ciò che lo rende una visione immersiva, penetrante e trasognata è proprio il tocco leggerissimo e al contempo incisivo del regista. 
The French Dispatch è un film totalmente nuovo, evoluto e maturo: qui le inquadrature perfette e contemplative de Il treno per il Darjeelign e Gran Budapest Hotel incontrano i sentimenti eversivi di Fantastic Mr. Fox e L’isola dei cani.
Il risultato è un film sulla libertà, libertà d’espressione.

The French Dispatch trama: 4 storie per un necrologio

Il “French Dispatch” è il periodico settimanale della rivista americana a larga diffusione, il “The Liberty, Kansas Evening Sun”. Il periodico ha sede in Francia, nell’immaginaria cittadina francese Ennui-sur-Blasé. Il direttore della rivista, Arthur Howitzer (Bill Murray), muore improvvisamente e gli articolisti più affezionati della redazione si riuniscono per comporre il necrologio dell’amato direttore.
Comincia dunque un viaggio attraverso quattro esperienze di scrittura. Quattro articoli che, con la tecnica narrativa delle scatole cinesi, ci portano dentro altre storie popolate da personaggi sui generis che compongono un grande racconto corale.

La prima storia è “Il tour di Sazerac”.
Il cronista Herbsaint Sazerac (Owen Wilson) racconta i suoi reportage in bicicletta tra le strette vie di Ennui-sur-Blasé. La cittadina è un misto di fascino e degrado. Piccoli artigiani di bottega e micro-criminalità urbana fanno capolino dai vicoli.
La ciclo-cronaca di Sazerac è un’ouverture che fa da cornice a tutto il film.

Segue “Il capolavoro di cemento”.
Il secondo capitolo è il più intenso e (probabilmente) il più denso di significati.
La critica d’arte del French Dispatch, J. K. L. Berensen (Tilda Swinton), ripercorre la storia di Moses Rosenthaler (Benicio del Toro) un pittore carcerato che dipinge capolavori ispirato dalla sua musa e guardia carceraria Simone (Léa Seydoux). Il mercante d’arte Julian Cadazio (Adrien Brody) ne scopre il talento e lo pubblicizza al punto da far arrivare le opere di Moses a somme esorbitanti.
L’attesa per l’ultimo capolavoro del pittore carcerato dura anni. Quando viene svelata ai critici e ai facoltosi collezionisti, l’opera è enormemente astratta e sconcertante.
Una curiosità: il capolavoro finale di Moses Rosenthaler è stato realizzato appositamente per il film dall’artista visuale Sandro Kopp, attuale compagno di Tilda Swinton.

La terza è una storia di passione e rivoluzione: “Revisioni a un manifesto”.
Attraverso la prospettiva narrativa della saggista Lucinda Krementz (Frances McDormand), integerrima sostenitrice del distacco del cronista dai fatti a cui assiste, si scende tra le fila dei giovani rivoluzionari del Maggio Francese.
Politica, rancori personali, passioni viscerali e storie di sesso intergenerazionale fanno esplodere la gioventù di Ennui-sur-Blasé in un tumultuoso sciopero generale.
A capo delle rivolte c’è un sognatore di nome Zeffirelli (Timothée Chalamet).

La sala da pranzo privata del Commissario di Polizia”.
Anche l’ultima è una storia che contiene altre storie in stile Le mille e una notte, ma gli esiti sono completamente inaspettati.
Infatti questa è una vicenda rocambolesca che viene raccontata dal critico culinario del French Dispatch, Roebuck Wright (Jeffry Wright), che è anche un giallista di successo dotato di una “memoria tipografica”, mentre viene intervistato dal conduttore di un talk-show.
Il critico culinario era incaricato di compiere un ritratto del leggendario Nescaffier, chef privato del Commissario di Ennui-sur-Blasé. La vicenda diventa subito una corsa all’ultimo secondo per salvare il piccolo Gigi, figlio del Commissario, rapito da un sedicente “chauffeur” (Edward Norton) a capo di una banda di brutti ceffi (bellissimi!) in cambio della scarcerazione del “contabile” (Willem Dafoe) della criminalità organizzata di Ennui-sur-Blasé. Un autentico polar

The French Dispatch: recensione critica

Lo stile di Wes Anderson è unico e inimitabile, ma è anche personalissimo nel senso che quell’attenzione maniacale per i dettagli che contraddistingue il regista è finalizzata a raccontare intime visioni.
The French Dispatch può essere visto come il manifesto della sua poetica dove il gioco tra contrasti narrativi e le simmetrie visive si fondono in un ensemble significativo.

In questo ultimo film l’estetica wesandersiana è leggermente ricalibrata: paradossalmente è meno languida e poetica, ma ha più mordente. Il paradosso sta nell’aver scelto di rappresentare un panorama francese… alla francese, cioè in maniera romantica e sfumata, per poi inserirvi quattro storie ben più incisive. Lo scarto semantico tra lo sfondo, il singolo racconto del cronista e la reale vicenda protagonista di ognuno dei quattro capitoli, rappresenta un nuovo (altissimo) approdo stilistico per Wes Anderson che con The French Dispatch ci svela quanto è realmente complessa la sua estetica fatta di proporzioni e parallelismi visivi.

A una seconda lettura, il film sembrerebbe quasi una sovversione. I rumors, i poster e i trailer precedenti all’uscita ci avevano promesso un classico film di Wes Anderson popolato da un numero incredibilmente maggiorato di attori famosi.
Durante la visione al cinema ci si accorge però che sono tutti poco più (o poco meno) che comparse perché il protagonista assoluto del film è un altro: la cittadina di Ennui-sur-Blasé, onnipresente seppur modificata e arricchita nel corso dell’iter narrativo.

Le quattro storie potrebbero essere interpretate come i blocchi di una quinta storia che narra le peripezie di un autore per costruire un’opera d’arte libera.
In quest’ottica, il primo capitolo (Il tour di Sazerac) appare come una ricognizione generale, un tour esplorativo in cui l’autore incontra i possibili scenari ispiratori. Il capolavoro di cemento, il secondo capitolo del film, può essere letto come le fatiche produttive per mettere in piedi l’opera che, inevitabilmente, deve scontrarsi con un committente esigente e impaziente e un pubblico che aspetta di vedere un capolavoro di cui ancora non sa niente. La terza storia (Revisioni a un manifesto) ispira pura ribellione: l’autore difende il proprio lavoro dal riesame finale, indispensabile per la distribuzione al pubblico. L’ultimo capitolo è un polar, cioè – banalmente – un noir con i poliziotti, in cui succede di tutto. Il clou de La sala da pranzo privata del Commissario di Polizia chiama in causa il coinvolgimento dello spettatore con uno split-screen: a sinistra le immagini (quasi da spot televisivo) di splendidi piatti d’alta cucina, a destra il continuo del film con gli snodi narrativi fondamentali per la comprensioni. A questo punto l’autore sembra volerci ammonire: da una parte l’estetica perfetta, dall’altra lo scorrere della narrazione; stai attento a dove rivolgi lo sguardo!

Sicuramente è sbagliato voler leggere per forza interpretazioni alternative del prodotto cinematografico, ma i buoni film, i veri film, sono opere espressive codificate col linguaggio dell’arte e decodificabili liberamente a livelli molteplici.
In conclusione e in termini spicciolissimi, The French Dispatch of The Liberty, Kansas Evening Sun è un film che celebra e omaggia la Libertà, intesa come calmo dominio d’espressione.

The French Dispatch: trailer e durata dell’ultimo film di Wes Anderson

Durata: 108 minuti Uscita italiana: 11 novembre 2021