In occasione della decima edizione del Filming Italy Los Angeles, dal 19 al 22 Febbraio 2025, per cui il cortometraggio Alba Blu di Emanuela Mascherini è stato selezionato da WIFTMI – Women in Film Television & Media Italia, abbiamo avuto il piacere di scambiare quattro chiacchiere con la regista per saperne di più sul suo racconto tanto personale quanto universale.
Emanuela Mascherini, diplomata in recitazione presso il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, dove ora insegna con laboratori intensivi, è attrice, scrittrice e regista che spazia dal teatro alla televisione fino al grande schermo.
Dopo diverse selezioni e premi ricevuti in Festival cinematografici nazionali e internazionali, tra cui spiccano la selezione ai Nastri D’argento e quella ai David di Donatello Shortlist, oggi Emanuela Mascherini è pronta a presentare il suo ultimo lavoro Alba Blu.

Diretto e interpretato dalla stessa Emanuela Mascherini, che qui sceglie di mettersi in gioco per raccontare il suo vissuto inserendolo nel sempre più ampio discorso di violenza sulle donne, Alba Blu è un cortometraggio su quel che resta della violenza; Tra le ferite invisibili, quelle psicologiche, la paura di ricominciare e l’eterno scivolare nel buio della solitudine, Mascherini cerca una luce tra le tinte noir del suo racconto, quell’alba che potrà risvegliarla e riportarla alla vita.
Le nostre domande a Emanuela Mascherini per Alba Blu
Dal tuo lavoro traspare l’urgenza e la necessità di raccontare i postumi della violenza, quella invisibile, quella psicologica, insomma quella più difficile da spiegare. Com’è nata l’idea di parlare di questo tema così delicato e quanto è stato complicato trattarlo, sia per te che per il resto del cast?
Nasce dalla percezione di una mancanza di attenzione a livello collettivo riguardo a queste tematiche. Nella cultura occidentale si è soliti rimettere a posto in qualche maniera i pezzi del corpo, quando si può, e non ci si pone minimamente il problema dei frammenti della mente. Questo è particolarmente dannoso, soprattutto riguardo a episodi di violenza sulle donne, perché quello che, ad esempio, subiscono le donne quando denunciano e intraprendono azioni legali a volte è più lesivo della violenza e degli abusi stessi.
Credo che sia anche importante produrre riflessività rispetto a questi temi, non solo in date simboliche come la Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne o la Festa della donna, perché si rischia di fare molto rumore in un solo giorno e poi dimenticare l’urgenza della questione per un anno invalidando così i passi in avanti che si fanno. Il cast sia tecnico che artistico ha lavorato a fianco a me con molta generosità e condivisione rispetto a quello che stavano raccontando e a come lo stavamo raccontando.
Come per gli altri tuoi lavori, anche qui hai scelto di essere sia davanti che dietro la macchina da presa. Com’è stato per te interpretare qualcosa che hai vissuto, rivivere, in un certo senso, quel momento “blu” della tua vita in prima persona?
Il lavoro che faccio non mi permette di girarmi da un’altra parte rispetto a quello che vivo e che provo. E questo, per quanto doloroso, credo sia un grande privilegio, attraverso il mio lavoro ho la possibilità di elaborare e di rendere costruttive anche delle esperienze che non lo sono. Quello che scrivo poi, per me ha un valore solo se ha un valore e una necessità collettiva quindi tratto solo temi che sento urgenti da questo punto di vista.
Quello che porto sullo schermo mentre lo faccio ha un effetto catartico ed è “maieutico” nel momento in cui viene condiviso. E’ molto forte l’incontro con il pubblico. Conoscere donne e uomini che si sentono rappresentati da questa narrazione e condividono la loro esperienza è qualcosa di molto potente che restituisce la percezione che attraverso questo racconto possano in parte elaborare anche loro.

Mi riportano che dopo aver visto il corto si sentono meno soli, meno strani nell’ammettere che certi abusi, non per forza violenti fisicamente, li hanno segnati psicologicamente. E’ come se riconoscendosi avessero una validazione di questo dolore che socialmente non è accolto, o quantomeno sottovalutato, e questo risultato è uno degli obiettivi più importanti che potessi centrare.
Al centro di Alba Blu c’è il trauma invisibile agli altri ma asfissiante e logorante per la protagonista. Emanuela, come hai lavorato con le sonorità per restituire anche al pubblico esattamente quel senso di affanno e apnea disturbanti che prova chi ha subito una violenza come Alba?
Il tentativo è stato quello di restituire allo spettatore un’esperienza quanto più immersiva possibile seppur disturbante. Sia il sound design che la fotografia, firmati rispettivamente da Matteo Bendinelli e Francesco di Pierro, li abbiamo pensati principalmente in soggettiva. E le sonorità e il brano finale composto da Silvia Leonetti sono la sintesi di quanto costruito con il sound design e la narrazione.
Tutto è stato strutturato con l’obiettivo di far vivere questa esperienza post traumatica direttamente nella mente della protagonista con delle nuances di linguaggio che afferiscono al genere Horror e Thriller. L’uso del genere è stato necessario per mantenere la dovuta distanza con queste esperienze senza tradirle. I miei lavori precedenti avevano come caratteristica di riuscire a trattare temi anche pesanti con una certa delicatezza.
In questo lavoro e con i numeri sulla violenza alle donne che continuavano a crescere durante la lavorazione del film non me la sono sentita di fare sconti al registro narrativo. Quello che stiamo vivendo è di fatto un racconto del terrore nel senso originario del termine a cui abbiamo bisogno di porre un argine a livello collettivo partendo proprio dal linguaggio e dalla formazione delle giovani generazioni.
Con Alba Blu giochi molto con la memoria, con i disturbi post-traumatici, ma anche con la difficoltà di dare fiducia all’altro dopo una violenza, in un alternarsi di buio e luce. A tal proposito, come hai giocato con i colori, con le nuances e le luci per trasmettere al pubblico questa uscita dall’abisso buio e questo ritorno alla vita?
La fotografia è diafana e desaturata all’inizio del corto e si scalda solo alla fine, quando dopo reiterati incontri la protagonista inizia a rivedere la luce. La dominante è il blu che rende malinconico e nordico tutto quello Alba vive.
La scene del “presente” e dei ricordi della violenza sono sovraesposte, come sovraesposta è la percezione di chi torna a vivere dopo aver subito degli abusi. Come se la pelle non bastasse a tracciare il confine che è stato travalicato e a mettere un filtro tra sé e gli altri. Infine l’uso del 4:3 è teso a veicolare il senso di perenne claustrofobia che si vive sotto stress post traumatico.

Dalla Biblioteca Nazionale di Roma alla casetta After Love degli artisti Vedovamazzei, gli spazi del cortometraggio sono estremamente funzionali al racconto, restituiscono quel senso di costrizione labirintica e claustrofobia palpabile. Come hai scelto queste iconiche ambientazioni che creano questo bello scambio tra diverse arti?
Cercavo degli spazi che ben rappresentassero i labirinti e la prigione della mente di chi sta attraversando questa fase faticando a uscirne. Gli scaffali della Biblioteca Nazionale ben si prestavano a questa dinamica e la distorsione della casetta After Love degli artisti Vedovamazzei, ricostruzione fedele dal corto One Week di Buster Keaton, era perfetta per restituire la sguardo distopico di una mente ferita.
Le scale presenti in entrambi gli spazi, poi, consentivano un movimento interessante per rappresentare le incursioni nell’inconscio e le discese e le risalite di un percorso di elaborazione che non è mai lineare. Inoltre i materiali di questi due spazi, vetri, alluminio e legno erano perfette per cercare di costruire la sensazione di teca e di gioco di specchi dal quale è impossibile uscire. Sono molto grata sia alla Biblioteca Nazionale che ai Vedovamazzei per averci concesso la possibilità di girare in questi spazi. Ringrazio anche la produzione per aver accolto la necessità di ottenere questi spazi. Nessun altro luogo come questi mi avrebbe consentito di ottenere il tipo di narrazione.
Il tema della violenza sulle donne, purtroppo, è un argomento estremamente attuale e che non esita a placarsi. Come pensi che l’arte possa aiutare a comprendere il dolore subito, la paura invalidante e quanto è importante, per te e per tutte le donne, continuare a parlarne attraverso ogni mezzo disponibile?
E’ fondamentale, come accennavo prima. Da parte di alcune donne paradossalmente c’è un atteggiamento evitante. Mi batto da anni per tematiche legate all’identità femminile, sia attraverso il cinema che attraverso i libri e condivido che la narrazione sulle donne non debba essere vittimistica. Ma i fatti e i numeri che riguardano la violenza alle donne continuano a crescere e questo va continuato a denunciare nella sua realtà oggettiva.
Attraverso l’arte è più semplice aggirare questo evitamento ma il lavoro da fare a livello collettivo è profondo e deve partire dalla consapevolezza e dalla formazione: condividendo esperienze, formando le persone a riconoscere atteggiamenti tossici e manipolatori, sostenendo un’equità di diritti tra i generi ancora per molti aspetti lontana.
Come dicevo prima, quando le persone si riconoscono in questo tipo di narrazioni e capiscono che la loro percezione e la loro paura sono legittime iniziano in qualche modo a guarire. Non tutti hanno accesso a lunghi percorsi di psicoterapia e analisi ed è un problema di cui la società si deve far carico. Perché il dolore della mente non è meno invalidante del dolore del corpo. Ma questo non è che uno degli aspetti da cui partire.

A proposito di donne, il tuo cortometraggio Alba Blu è partito dal Festival Cinema e Donne di Firenze fino ad arrivare al WIFTMI – Women in Film, Television & Media Italia per la decima edizione di Filming Italy Los Angeles. Come è stato accolto Alba Blu nei vari festival e cosa ti auguri per il futuro?
Sono molto contenta che proprio questa settimana sia arrivata dal Ministero la qualifica Film d’essai. Al di là della tematica è un lavoro immersivo, non lineare, non immediato, con una ricerca sul linguaggio più coraggiosa rispetto ai miei lavori precedenti che ha risentito molto del periodo in cui ho vissuto a Berlino per una residenza della Berlinale, Berlin AiR, in cui ho sviluppato due progetti di lungometraggio e finalizzato questo corto, quindi mi fa molto piacere che questo intendo abbia avuto il suo riconoscimento.
L’anteprima in selezione di Filming Italy Los Angeles ha restituito poi anche l’intento del film di costruire un linguaggio filmico internazionale. Sono molto soddisfatta del percorso che sta avendo e mi auguro che possa continuare e essere un mezzo per produrre riflessività intorno a un tema così delicato. L’attrazione del linguaggio messo in atto verso l’horror non è solo di estetica filmica ma riguarda proprio anche storicamente il valore che aveva il genere horror di esprimere cose che socialmente non si potevano dire.
Infine, mi auguro una tutela per il mondo del cortometraggio in sé: in questi ultimi cinque anni è molto cambiato il mercato dei cortometraggi e della produzione degli stessi. Mi auguro che possa tornare a essere un luogo di sperimentazione e coraggio, sia per temi che per il linguaggio, e che questo non diventi secondario.
