Recensione del documentario sul Gran Sasso e intervista all’autore

Le montagne come gli oceani, poi lo spazio e quell’anelito tutto umano verso l’infinito, trascendendo, così, i limiti naturali per “seguir virtute e canoscenza”. Ma senza scomodare troppo Dante e Ulisse, il bel documentario di Luca Cococcetta Monte Corno, aggiudicatosi il Premio del pubblico al 72. Trento Film Festival, cala tra le rocciosità abruzzesi questo sentimento sempiterno che certamente aveva mosso i passi dell’ingegnere e speleologo Francesco De Marchi.

Ne abbiamo parlato con il regista in un’intervista che trovate alla fine dell’articolo.

Attraverso le parole dello stesso De Marchi (Massimo Poggio) con il contrappunto composto da voci autorevoli contemporanee che ne sottolineano le circostanze storiche, il regista mette (anche) in scena la coraggiosa ascesa che l’uomo compie nel 1573 insieme a una piccola compagnia.

La scalata sulla vetta impervia e rocciosa del Corno Grande, sul Gran Sasso (da lui ritenuta essere la montagna più alta d’Italia), non solo risulta un’impresa di per sé epica, ma anche un rilevante precedente per la spedizione sul Monte Bianco del 1786, considerata la prima ascensione alpinistica della storia.

Monte Corno, nella sua classica, duplice prospettiva che si avvicenda tra passato e presente, riesce a costruire coerentemente due atmosfere che permeano la catena montuosa: se, infatti, le vicende di De Marchi sembrano colorarsi di un’epicità quasi fantasy per lo spirito genuinamente avventuroso che spinge la spedizione, la ricostruzione che ne fanno gli storici, d’altra parte, la connotano a posteriori di una sorta di titanismo squisitamente romantico.

In tale incedere, quei luoghi montani (reali protagonisti della pellicola) si condensano spaziotemporalmente di significati offerti tanto dal CAI (Club Alpino Italiano), quanto dal pastore che ancora oggi ivi lavora, sia dallo scalatore del passato, sia da quello del presente.
Il tutto arricchito da immagini di costoni e passi, vette e valli, ghiaccio e roccia che riempiono gli occhi di una terribile bellezza.

In Monte Corno ciò che è indubitabile è il sincero atto d’amore con cui è stata realizzata la pellicola; un amore, probabilmente condiviso da tutta la troupe, verso un luogo, quello del Gran Sasso, verso uno sport, quello dell’alpinismo, e forse verso tutte le tradizioni che ancora lì si radicano.

Guarda l’intervista a Luca Cococcetta