Siamo nel 1952 quando arriva sul grande schermo una pellicola che rivela satiricamente la realtà celata dietro i patinati fotoromanzi di un tempo, quelli che tanto andavano in voga in quegli anni ed erano carburante per il fenomeno del divismo.
Il film in questione è Lo Sceicco Bianco, primo film diretto interamente da Federico Fellini (dopo la co-regia con Alberto Lattuada per Luci del varietà) che prende parte anche alla scrittura della sceneggiatura insieme a Ennio Flaiano e Tullio Pinelli su soggetto di Michelangelo Antonioni.
Presentato alla 13ª edizione del Festival di Venezia, Lo Sceicco Bianco non ricevette grandi elogi da parte di critica e pubblico per via della sua narrazione a metà strada tra realismo, dimensione onirica e satira sociale. Oggi, invece, la pellicola è considerata un piccolo grande capolavoro che determina lo stile narrativo di uno dei registi che ha fatto indiscutibilmente la storia del Cinema.
Prodotto da P.D.C di Luigi Rovere, Lo Sceicco Bianco è attualmente disponibile in streaming, in versione restaurata sul canale CineAutore di Prime Video, oppure su Infinity.
Lo sceicco bianco: trama del film

Wanda (Brunella Bovo) e Ivan Cavalli (Leopoldo Trieste) sono due novelli sposi che si recano a Roma per il loro viaggio di nozze. Mentre Ivan è estremamente organizzato con una sua agenda ricca e scandita di cose da fare, Wanda è pervasa dal desiderio di incontrare il suo amato sceicco bianco (Alberto Sordi), protagonista di uno dei suoi fotoromanzi preferiti.
Cogliendo l’occasione di farsi preparare un bagno, Wanda sgattaiola dall’albergo e si reca alla casa di produzione del fotoromanzo dove incontra l’autrice Marilena Alba Vellardi (Fanny Marchiò), che le suggerisce di seguire la troupe pronta a partire per le nuove riprese sul litorale laziale. Wanda ingenuamente si imbuca, finisce sul set e si ritrova finalmente faccia a faccia col suo beniamino che risponde al nome di Fernando Rivoli (Alberto Sordi).
Dopo una iniziale galanteria da parte del suo adorato, la situazione si rivela deludente.
Rimasta da sola in mezzo alla pineta, Wanda riesce a rimediare un passaggio per tornare a Roma. Mortificata per aver lasciato suo marito, la donna è presa dal senso di colpa, ma alla fine, Ivan riesce a trovarla e i due sposini si ricongiungono.
La situazione si risolve e Ivan si salva dall’imbarazzo di dover dare spiegazioni ai suoi familiari sull’inspiegabile assenza di sua moglie.
Quando l’adorazione lascia il posto alla goffa e cinica realtà

Lo Sceicco Bianco è un film compatto e divertente che precede il successo di Fellini sopraggiunto prima con I Vitelloni nel ’53 e arrivato al suo culmine, a livello internazionale, solo con La Dolce Vita (1960).
Lo Sceicco Bianco è una commedia che si sviluppa all’interno di un ordinario scorcio di normalità italiana condita però con il patinato e popolare mondo dei fotoromanzi, prodotto editoriale oggi quasi del tutto sparito, ma che all’epoca per molti, Wanda compresa, rappresentava una via di fuga dalla vita ordinaria e mediocre.
Fellini inquadra un ambiente inarrivabile per il personaggio di Wanda; un miraggio di bella (o dolce) vita che cozza e svanisce a contatto con la realtà, tanto che la stessa Wanda, in uno dei dialoghi più malinconici del cinema italiano dirà:
Sì, la vera vita è quella del sogno, ma molte volte il sogno è un baratro fatale.
Brunella Bovo è Wanda e riesce a dare vita ad un personaggio credulone e ingenuo, ma non frivolo. L’opposto della giovane è Fernando, attorulcolo narcisista e tronfio magistralmente interpretato da Sordi che, ovviamente, conquista lo spettatore strappandogli compiaciute risate. Infine c’è Ivan l’ansioso marito appartenente alla borghese perbene, nelle espressioni di Leopoldo Trieste traspare la costante preoccupazione per la moglie scomparsa e l’ossessione di creare disonore alla sua famiglia.
I personaggi creati da Flaiano, Pinelli e Fellini sono estremamente umani ed esasperati nei loro modi di affrontare ciò che accade. Ognuno di loro rappresenta un pezzo di società italiana del tempo, quella stessa società che vive in equilibrio tra il perbenismo estremo, l’arte di arrangiarsi, il cinismo e il menefreghismo. Basti pensare alla breve sequenza in cui la compagnia abbandona Wanda in mezzo alla pineta di Fregene, o a come reagisce Rivoli quando viene scoperto dalla moglie, mentre l’intera troupe è furiosa per la sua sconsiderata fuga in barca con la sua romantica ammiratrice.

Ciò che colpisce di Lo Sceicco Bianco è come i personaggi siano adoperati all’interno della narrazione per definire quella giusta contrapposizione tra apparenza e realtà, tra ciò che è illusorio e ciò che invece è concreto e realistico.
Fellini inizia già con questa pellicola a giocare con lo stupore puntando su inquadrature che lasciano spazio al sogno d’amore – come nel caso della celebre e indimenticabile immagine di Sordi che dondola su un’altalena sospesa vestito come se fosse un fascinoso Rodolfo Valentino – e mostrano gli assorti sguardi di una protagonista ipnotizzata dal desiderio.
Lo Sceicco Bianco scardina tutta l’atmosfera irreale del fotoromanzo in favore di una realtà pregna di comicità e goffaggine. Il contrasto inevitabilmente, conduce ad un senso di smarrimento e definisce ancor più l’essenza di quest’opera.

È proprio lo smarrimento l’aspetto chiave che alimenta lo stupore di personaggi a tratti impeccabili e suscita delle nostre autentiche e spontanee risate. Ciò che ci lascia pensare a Lo Sceicco Bianco col tempo si è preso una rivancita sui suoi detrattori della prima ora (colpevoli forse solo di non essere pronti ad una simile narrazione), uno dei motivi è certamente legato all’abilità di raccontare in modo diretto la società italiana del dopoguerra, fatta di superflue idee conformiste e perbeniste, in cui è estremamente facile rintanarsi e dalle quali è ancor più facile scivolare all’interno di fantasticherie emozionali, ma illusorie.
In conclusione già dal suo primo lavoro Fellini delinea la sua poetica e quindi lo stile in bilico tra sogno e realtà. L’andamento sembra quasi la profezia della carriera del regista riminese: da un flebile neorealismo si arriva alla dimensione più puramente onirica.
