Mike Nichols, con Il laureato del 1967, scardina le fondamenta del perbenismo borghese e costruisce, sul giovanissimo Dustin Hoffman, un ritratto della deriva giovanile ancora oggi attualissimo.
È il 1967 e Il laureato, con un anno di anticipo, apre la celeberrima stagione del cambiamento: quel Sessantotto fatto di rivolte giovanili e distruzione del polveroso moralismo delle generazioni precedenti. Nella pellicola di Nichols c’è il vecchio e il nuovo, le ricche famiglie borghesi fatte di status sociale, buone maniere e portafogli pieni e l’incertezza giovanile, quella che sfocia in un’apatica deriva lontana dal destino già scritto.
Il laureato, con una regia impeccabile e una sceneggiatura altrettanto valida, tratta dall’omonimo romanzo di Charles Webb, vuole inquadrare proprio questo momento della vita: cosa accade se s’insegue un obiettivo di vita scelto da altri? Be’, ci si perde.
Il laureato: trama di un cult senza tempo
La storia de Il laureato è quella di Benjamin Braddock, Ben, interpretato da un semisconosciuto Dustin Hoffman che con questo ruolo farà il grande salto. Ben è il perfetto prodotto della società borghese di quegli anni, figlio dei cosiddetti baby boomers che hanno già previsto tutto: la laurea e poi il lavoro nell’azienda di famiglia. Il film, infatti, inizia proprio con la festa organizzata in suo onore, stracolma di vecchi imbellettati pronti a strizzare e baciare le guance di Ben rientrato a casa fresco fresco di college.
Tra strette di mano, complimenti e sorrisi posticci, l’unico a sembrare fuori posto è proprio lui, il giovane neolaureato, caduto a peso morto nel burrone di chi non sa cosa vuole e per cosa lottare. Nulla sembra smuoverlo, nemmeno l’Alfa Romeo fiammante appena regalatagli dai quei genitori per cui i beni materiali incarnano la vera felicità. Ben vaga negli spazi sconfinati della sua apatia, del suo non sentire nulla se non quel famoso suono del silenzio, perfettamente reso dalla colonna sonora di Simon & Garfunkel con la famosissa Sound of Silence.
L’incertezza dell’essere
In questo suo torpore esistenziale, il giovane Ben si lascia cullare dalle onde degli eventi, proprio come fa nella sua piscina dove va alla deriva nascondendo il suo sguardo perso dietro grandi occhiali neri; e proprio l’acqua è un grande elemento ricorrente in tutta la pellicola: dal goffo tuffo in muta da sub, altro regalo dei controllanti genitori che lo vorrebbero plasmare a piacimento sfociando spesso nel ridicolo, alla pace dei sensi, con le sue lunghe sessioni di solitaria riflessione a bordo di un piccolo materassino. In piscina Ben sembra aver trovato il suo elemento, la sua oasi di pace lontana dalle aspettative della società, da chi gli dice che il futuro sta nella plastica e, soprattutto, distante anni luce dalle responsabilità di una vita che non ha scelto e che, forse, non sa ancora scegliere.
Proprio per questo il film, che ha ormai più di cinquant’anni, ancora oggi riesce ad inquadrare perfettamente le nuove generazioni di giovani laureati, quelli senza prospettive, quelli che cercano a fatica un proprio posto nel mondo ma che, inevitabilmente, si trovano a sperimentare la sensazione di finire sul fondale della vita. E quando si è sul fondo non si sente nulla, a stento si percepiscono i propri pensieri e il giovane rampollo, fresco di laurea, è qui che comincia a maturare il suo senso di pacata ribellione, una flebile volontà di dissentire…ecco in un momento del genere si accetterebbe qualsiasi cosa, anche le avances di un’amica di famiglia con il doppio dei propri anni. (C’è da dire che la donna è tutt’ora una delle più affascinanti seduttrici mai viste sullo schermo).
Signora Robinson, lei sta tentando di sedurmi
La signora Robinson, di cui non sappiamo neanche il nome come non fosse importante sapere altro di lei se non il suo buon collocamento in quella società patinata, è l’altra faccia della medaglia; imprigionata in un matrimonio riparatore, statico e senza un briciolo di passione, la donna, col volto della meravigliosa Anne Bancroft, da inizio ad una relazione clandestina con Ben, manovrandolo a suo piacimento proprio come fosse un burattino in attesa che qualcuno s’appresti a muovere i suoi stanchi fili.
I due personaggi s’incontrano in due momenti diversissimi delle loro vite: Ben è perso nell’ozio angosciante e nel buio più totale, tipico di chi non ha mai avuto il tempo di conoscere sé stesso, lei, invece, è la femme fatale della pellicola, un’algida donna adulta che sa cosa vuole e non esita a prenderselo, a qualsiasi costo. Dall’incontro di una notte si passa, ben presto, a una relazione segreta, nascosta a quella borghesia perbenista e radicata in quel proibizionismo sessuale ancora convinto che le donne non provino chissà quale pulsione.
Due generazioni a confronto che dialogano tra loro in un silenzio assordante, fatto di sguardi e incomprensioni che rendono magistralmente quel senso di incomunicabilità latente che riecheggia per tutta la durata della pellicola. Mrs Robinson, tra l’altro, è proprio quella del famosissimo brano di Simon & Garfunkel, pezzo cucito sul personaggio della Bancroft e destinato ad avere lo stesso fortunato destino del film Il laureato.
Un risveglio a metà
A smuovere le acque stagnanti, in cui Ben è immerso fino al collo, ci penserà Elaine, una bellissima Katharine Ross che rappresenta tutto quello che il giovane laureato non è: spensierata, gioviale e immune da quel torpore che imbriglia i giovani persi come lui. L’amore lo scuote, lo sveglia e gli da un motivo per ricominciare a vivere, peccato però che Elaine sia proprio la figlia di Mrs Robinson.
Da qui inizia un valzer di bugie e non detti intorno a quel torbido segreto che lega i due personaggi principali, ma se Ben è convinto di voler sposare Elaine, sua madre è disposta a tutto per impedirlo, anche se le costerà la sua solida reputazione di gelida borghese. Da statico e angosciosamente immobile il film, Il laureato, diventa una corsa verso l’amore, o sarebbe meglio dire verso un obiettivo, con la mdp che segue il protagonista in tutte le sue folli peripezie che lo portano dal fingersi un prete al lottare con un crocifisso per riuscire a riprendersi Elaine.
L’amore basterà a Ben per riemergere da quelle acque stagnanti in cui era caduto o è solo un momento? Un po’ come per il pendolo di Schopenhauer che oscilla tra dolore e noia e dove la gioia è solo un breve momento di passaggio. Be’ questo viene da chiederselo, senza dubbio, perché l’espressione di Dustin Hoffman nella scena finale del film riassume tutto quello che si è detto fino ad ora, il vuoto smarrimento di chi non sa nulla del proprio futuro. Non vi resta che vederlo, o rivederlo, per trovare la vostra risposta.
Classe 1992, laureata in Letteratura Musica e Spettacolo, romana di nascita e anche di cuore, la sua città le ha dato il cinema, l’arte, l’amore, l’inquietudine, Anna Magnani e la cacio e pepe.
Copywriter, storyteller, autrice d’interviste e recensioni, scrive di tutto e legge di tutti. Parlare di film è raccontare luoghi, volti ed emozioni perché, come diceva Bertolucci, ricorderemo il mondo attraverso il cinema.