“L’unica cosa che so, è che il bambino è la mia garanzia. E se lui non è il verbo di Dio, allora Dio non ha mai parlato”.

– monologo del padre in The Road

Non sempre i viaggi su strada sono spinti dalla propria volontà, a volte si è costretti ad intraprendere certi percorsi. La storia narrata in The Road ne è un esempio: film del 2009 diretto da John Hillcoat, l’opera è un adattamento cinematografico del romanzo omonimo di Cormac McCarthy, pubblicato nel 2006 e vincitore del Premio Pulitzer nel 2007.
Viggo Mortensen e Kodi Smit-McPhee interpretano padre e figlio in viaggio verso il sud di quelli che una volta erano gli Stati Uniti, cercando di sopravvivere agli stenti post apocalisse.

The Road, la sinossi del film di Hillcoat

The Road è un film che si svolge in un mondo post-apocalittico dove la Terra è diventata un deserto grigio abitato da pochi sopravvissuti, bande di cannibali e criminali.
Un padre e un figlio, di cui non si conosce il nome, viaggiano verso la costa alla ricerca di cibo e risorse, portando con sé una pistola con due pallottole come risorsa più preziosa.
Durante il viaggio, affrontano situazioni disperate, incontrano altri sopravvissuti e devono prendere decisioni difficili per la loro sopravvivenza.

Il padre diventa cinico ed egoista, tanto da insegnare al figlio come suicidarsi con una pistola in caso la situazione peggiori ancora di più, mentre il figlio rimane buono e generoso, riuscendo a mantenere la sua umanità nonostante le avversità.
Alla fine, dopo la morte del padre, il ragazzo viene accettato da una famiglia di sopravvissuti che li avevano seguiti, offrendo al ragazzo una nuova speranza di vita.

The Road: strada, angoscia e speranza

Se si cerca una storia ricca di azione o di colpi di scena, non questo è il film adatto: The Road è un lento viaggio meditativo, dove i protagonisti sono strumenti in mano al pubblico per immedesimarsi e, successivamente, purificarsi. Dove la pietà e la paura sono le emozioni che fanno da grilletto per interrogarsi sul senso della vita. Tutto ciò è ancora più facile quando non sono narrati dei trascorsi di vita definiti, dove nemmeno dei nomi vengono emozionati: questa tabula rasa su uno scenario post apocalittico rende più semplice sviluppare un’empatia.

Guardando la pellicola, si osserva quel che rimane del mondo attraverso gli occhi di un padre, già provato per il suicidio della moglie, e l’ingenuità di un bambino che si aggrappa all’idea di una umanità migliore malgrado tutto. Il padre, in fondo, non si arrende del tutto, c’è sempre l’amore per il figlio che lo spinge a combattere, a cercare coperte logore, scatolette di cibo in posti abbandonati e dell’olio per accendere il fuoco. C’è sempre quella sua paranoia però, che lo fa scappare o lo fa andare all’attacco appena sente un qualsiasi rumore.

Desolazione e speranza dialogano fino alla fine su un quesito: “cosa succede agli esseri umani in seguito a un disastro che pone fine alla maggior parte della vita sulla terra?”  E la risposta è crudele, coinvolge una minaccia continua, il cannibalismo e dilaniante angoscia, ma anche la voglia di ricominciare, che si riesce a inquadrare alla fine per fino nell’espressione del cane della famiglia che arriva in soccorso.

Nei temi di The Road si possono leggere metafore legate alla salute mentale, ai meccanismi di difesa e anche ad un percorso di terapia, salvezza se si vuole, rappresentato nel fiducioso e ottimista finale. E, a proposito del finale, si può pensare anche a come il ruolo di un padre sia quello di indirizzare il figlio per poi lasciarlo andare, avere fiducia nel futuro, nelle scelte che farà e chi vorrà seguire.

Tecnicamente, la palette cromatica si sposa con l’idea di un mondo spento, mentre si può notare più vividezza delle scene nei momenti di normalità tra padre e figlio. Per quanto riguarda lo svolgimento, nonostante sia un film lento, non è mai noioso e riesce a tener sempre sulle spine. Non c’è, forse, un momento giusto per vederlo, ma è una trasposizione di un bellissimo romanzo che merita di essere visto.