Quando pensiamo a un lungometraggio come Frankenstein Junior, capolavoro del maestro della commedia parodistica statunitense Mel Brooks, non possono non venirci in mente il bizzarro Professor Frederick Frankenstein (impersonato dal grande Gene Wilder) insieme al suo stralunato aiutante Igor (Marty Feldman).

Sono (anche) loro, con i loro siparietti, le situazioni paradossali da loro vissute e, non per ultima, la loro inconfondibile fisicità ad aver contribuito a rendere questa commedia di Brooks leggendaria.

Considerato da molti, infatti, uno dei film più importanti del regista di New York, Frankenstein Junior, realizzato nel 1974, vanta numerosi sketch, battute e personaggi che sono di diritto entrati a far parte dell’immaginario collettivo, facendosi, così, conoscere anche da chi di cinema ne sa davvero poco o niente.

Parodia non soltanto del romanzo Frankenstein di Mary Shelley, ma anche di tutte le sue trasposizioni cinematografiche (e, in particolare, del Frankenstein di James Whale, realizzato nel 1931), Frankenstein Junior nasce proprio da un’idea di Gene Wilder, qui anche autore della sceneggiatura insieme a Brooks.

Inutile dire, dunque, che il ruolo del Professor Frederick Frankenstein (il quale, volendosi distanziare dal suo celebre nonno Victor von Frankenstein, ha cambiato la pronuncia del suo cognome in Frankenstin) è “cucito” proprio su di lui.

E così, già in apertura del lungometraggio, vediamo il nostro disorientato professore appena giunto, a notte fonda, in Transilvania, dove si imbatte proprio in Igor (pronunciato rigorosamente Aigor), che lo accompagna, appunto, al castello di suo nonno (

Il lupo ululà, il castello ululì.

Da questo momento in avanti, ne accadranno veramente di tutti i colori e le vicende verranno arricchite da ulteriori, indimenticabili personaggi: da un’inquietante Creatura (impersonata da Peter Boyle), che finisce per rivelarsi molto più bonacciona (e dalle “doti nascoste”) di quanto inizialmente potesse sembrare, all’algida e severa governante Frau Blücher (Cloris Leachman), il cui nome basta da solo a far nitrire i cavalli (il suo stesso cognome, infatti, ricorda il nome della colla in tedesco, pertanto, una delle tante spiegazioni date alla reazione delle bestie è proprio la loro paura, data la malvagità della donna, di finire in una fabbrica di colla), giusto per fare qualche esempio.

Ambienti tetri e un castello dalle infinite stanze in cui è molto facile perdersi. Una fotografia e un approccio registico in pieno stile anni Trenta (e, di conseguenza, con importanti riferimenti anche all’epoca d’oro del filone horror statunitense).

Una serie di gag e giochi di parole che, susseguendosi a ritmi frenetici, quasi non lasciano il tempo allo spettatore di “tirare il fiato” tra una risata e l’altra. E poi, non per ultimo, l’inconfondibile tocco di Mel Brooks, che è stato in grado di dar vita a un vero e proprio genere cinematografico a sé, facendo scuola in tutto il mondo (con tanto – ahimé – di lungometraggi che hanno tentato in ogni modo di emularlo, senza ottenere, come ben possiamo immaginare, i risultati sperati).

Non è un caso, dunque, che Frankenstein Junior sia considerato uno dei suoi capolavori, una summa di ciò che è la sua intera filmografia.
Di film così, oggi come oggi, sentiamo sempre una forte, fortissima nostalgia.