A Different Man, diretto da Aaron Schimberg e in arrivo in sala il prossimo 20 marzo, è una thriller che lascia il segno, anche grazie a una colonna sonora che si affianca ed esalta perfettamente gli ambienti metropolitani in cui sono messe in campo tematiche complesse come il bisogno di trasformazione e il desiderio di accettazione di un protagonista angosciato da stridenti conflitti interiori.

Per saperne qualcosa in più, abbiamo scambiato due chiacchiere con Umberto Smerilli, compositore e autore nato in terra abruzzese che vanta una decennale carriera nella quale ha composto le musiche dei film italiani La Ragazza del Mondo (2016), Il Regno (2020) e The Bunker Game (2022) ed ora con A different man si affaccia al panorama internazionale.

Lei ha curato la musica dell’ultimo film di Aaron Schimberg – A Different Man – che uscirà tra non molto in sala. Come è nata questa collaborazione e come si è svolto il processo creativo che ha portato alla colonna sonora

Ho conosciuto Aaron a New York ne 2017, quando sono stato invitato all’Artist Academy, ovvero, un evento per videomaker inglobato all’interno del Festival del Cinema di New York e con la finalità di farti incontrare gente del settore cinematografico.

Qui ho conosciuto Aaron, ci siamo trovati molto bene nel condividere le nostre idee – mi ha fatto leggere delle sceneggiature – e da quel momento abbiamo deciso che sarebbe stato bello per entrambi collaborare a un progetto cinematografico. Al tempo Aaron stava concludendo il suo secondo film e aveva dei problemi con le musiche, a quel punto gli dissi che avrei potuto mandargli delle proposte. Purtroppo, era tutto a ridosso con la scadenza del mix, avevamo un mese scarso; quindi, abbiamo dovuto rimandare la nostra collaborazione.

L’occasione vera e autentica arriva dopo circa cinque anni, quando ricevo una telefonata da Aaaron in cui mi dice che la sua sceneggiatura sarebbe diventata un film e proponendomi un provino per i produttori di A24. Così con la sceneggiatura a disposizione mi sono messo subito al pianoforte e lì è nata subito un’idea. Era ancora un po’ grezza e non ne ero perfettamente sicuro, ma ho preferito completare tutto in tempi brevi. Aaron ne è rimasto soddisfatto e anche i produttori hanno dato una risposta positiva. 

Quella di A Different Man è una colonna sonora in cui si identificano dei richiami jazz. Perché la scelta di utilizzare proprio il jazz per enfatizzare il senso di solitudine e poi per quale motivo si è deciso di usare il celebre brano I wanna get next to you, che si trova nella pellicola Car Wash del ‘76. 

Diciamo che c’è una comunanza di gusti, poiché a sia io che il regista condividiamo una grande passione per il jazz. 
Il film è molto newyorkese, anche se rappresenta la città in modo molto vago e senza fare dei riferimenti espliciti alla Grande Mela. Tenendo conto di ciò, anche la musica è stata pensata per assolvere alla funzione di rimandare la mente a quell’immaginario lì.

Il jazz è uno degli ingredienti principali della colonna sonora, ma ciò che mi è stato sicuramente utile è stato il tema del celebre film L’Inquilino del Terzo Piano – che ha in sé qualcosa di jazz.  
C’è un’idea di alludere all’universo noir che molto spesso è jazzofilo; perciò, ho tratto ispirazione da grandi musicisti Duke Ellington, Charles Mingus. Parliamo di un jazz che è un po’ chiaroscurato ed espressionista che mi ha fatto pensare anche a nomi italiani come Piero Umiliani, che ho voluto prendere come riferimento in particolare per le musica dedicata alla scena dell’inseguimento.

Per quanto riguarda la cover di I wanna get next to you è stata un’idea di Aaron, che voleva inserire questo brano sin dalla stesura della sceneggiatura. Aveva deciso che ci sarebbe stata una scena di karaoke in cui si sarebbe cantata questa canzone. Così mi ha chiesto di riarrangiarla, cosa che ho fatto senza esagerare e senza modificare il brano.  

La presenza di un brano cover, però, è anche all’interno della colonna sonora di The Bunker Game di Roberto Zazzara. Nel film sentiamo un riarrangiamento di Parlami d’amore Mariù – brano di Neri e Bixio risalente al 1937. Da cosa deriva la scelta di inserire un brano così noto e intramontabile, in questo caso è un omaggio al cinema? 

Anche in questo caso l’idea è stata del regista, che aveva pensato al brano fin dalla fase della sceneggiatura. Con questo brano Zazzara voleva dare differenti rimandi interni al protagonista e al suo desiderio di amore, oltre che al legame col cinema dato che parliamo di un brano ultra-cinematografico che nasce proprio come colonna sonora.  

Le musiche di The Bunker Game sono molto più orientate verso la suspense. In queto caso da dove ha preso ispirazione per la colonna sonora. 

In questo caso specifico il regista, Roberto Zazzara, mi ha fatto una specie di training molto intenso facendomi ascoltare un bel po’ di roba vicina al suo immaginario. Parliamo di moltissima musica elettronica che ho successivamente rielaborato in chiave più personale e che mi è stata utile anche come crescita professionale.

Come tavolozza diciamo che si tratta di molta elettronica, orchestra, ibrido, tutta musica che risulta coerente col film e col suo sapore post-moderno. Un mix di cose di livelli diversi, ci sono vari piani temporali nel film ed era bello riflettere questo aspetto anche con la musica, riportando un sound che avesse qualcosa sia di molto vecchio che di molto nuovo.  

C’è un genere con cui si sente più a suo agio nella composizione? 

A me piace molto l’epoca d’oro del cinema italiano, parlo della fine degli anni Cinquanta, dei Sessanta – e anche un po’ di Settanta. Sono affezionato ai compositori classici – a parte Morricone e Rota – penso anche a Lavagnino e Rustichelli.

Mi sento in qualche modo legato, ho una connessione con loro, sarà perché ho studiato al centro sperimentale e ho avuto docenti come Federico Savina che è un grandissimo ingegnere del suono, che ha lavorato con i grandi nomi che ho citato poco fa. Questo mondo mi ha molto appassionato e mi dispiace – anche un po’ – che questa tradizione italiana non trovi posto nel cinema contemporaneo italiano.

Nessuno si mette a cercare di ri-attualizzare quello che è stato fatto in passato e trovare una vesta nuova. Penso che ciò faccia un po’ paura, che sia difficile e la difficoltà a volte rende le cose impossibili, perché nel cinema si corre; non c’è molto tempo da destinare alla ricerca e alla sperimentazione. C’è anche un pregiudizio sbagliato secondo cui il pubblico contemporaneo voglia altro. Non credo sia vero, perché la musica tematica pensata per raccontare una storia (parliamo sempre di una musica che deve avere all’interno degli ingredienti narrativi) al pubblico piace.  

Quindi, secondo lei, il mondo della composizione cinematografica quanto è cambiato negli ultimi dieci anni? 

Per quanto riguarda la musica è cambiato molto. Credo che ci siamo persi qualche pezzo per strada e che forse il cambiamento è stato talmente rapido da darmi l’impressione che sia avvenuto in modo superficiale. Nello specifico: c’è un’annosa questione tra noi compositori di cinema sull’utilizzo dei droni musicali, questi tappetoni sonori che – a volte – sono molto efficaci e creano tensione, sospensione e hanno il grande vantaggio di generare una sorta di ambiguità.  

Il fatto è che da una musica da cui si origina un senso di sospensione non si capisce bene che posizione voglia prendere il regista durante la narrazione. Diciamo che se si vuole mantenere un livello ambiguo è un vantaggio, ma a volte spiegare troppo è un semplicismo e non spiegare nulla è una mancanza di coraggio nel prendere una posizione. Perciò cui quando si racconta una storia, penso che bisognerebbe prendersi la responsabilità di esprimere in forma più esplicita cosa accade al personaggio e dare un significato più chiaro.

L’ambiguità è diventata un valore estetico, come se ciò che è indecifrabile debba essere necessariamente bello; invece, ciò che è esplicito risulti troppo semplicistico. A volte potrebbe anche essere il contrario. 

Qual è stata la colonna sonora che l’ha messa più in difficoltà? 

Forse il primo lungometraggio a cui ho partecipato, La Ragazza del Mondo, perché era il primo e poi è stata l’esperienza in cui mi sono misurato con la scrittura orchestrale e il tempo a disposizione era poco.  

Parla dei grandi del passato con un certo trasporto, ma come è nata in lei l’idea di dedicarsi completamente alla musica?  

L’idea è nata presto, in età adolescenziale. All’inizio il sogno era abbastanza confuso e fin troppo semplice, dato che mi piacevano sia il cinema che la musica, ma da quel momento della mia vita in poi ho deciso di assecondare il me interiore. I mostri sacri citati prima sono venuti fuori in un secondo momento della mia formazione, in particolare direi Rota e Morricone. Anche se per quest’ultimo direi che è un compositore che ti entra sottopelle, poiché se vuoi comporre è inevitabile ispirarsi a lui in forma inconscia. 

Ho deciso di votarmi a questo sogno di lavorare nel mondo cinematografico, sebbene a volte il confronto con la realtà si fa duro in certi casi. Ora fortunatamente va meglio, però bisogna rendersi conto che non si sta mai totalmente tranquilli.  

Perché ha scelto di puntare sull’industria cinematografica invece che su quella discografica

Mah, un po’ per coniugare la passione sia verso il cinema che la musica, inoltre amavo giocare con la telecamera ed ero affascinato dalla possibilità di raccontare storie. Fare il musicista e trovare il proprio stile è un percorso meraviglioso che ti porta anche ad una certa stasi, mentre nel farlo per il cinema sono sempre costretto a interfacciarmi con temi musicali diversi da comporre. Creativamente direi che non ci si annoia mai. È una continua sfida. 

C’è una colonna sonora che avrebbe voluto comporre? 

Diciamo che ci sono molte colonne sonore di cui avrei voluto essere l’autore. La mia preferita in assoluto è la colonna sonora composta da Bernard Herrmann per il film Vertigo. Tra i compositori stranieri, mi colpisce anche Alexandre Desplat, che un po’ ha segnato l mio periodo di formazione più adulta demarcando una linea contemporanea figlia del minimalismo.  

È già alle prese con qualche progetto per il futuro? 

Si, al momento sto lavorando a due film che appartengono a due piccole produzioni e che trovo interessanti. Siamo ancora nel circuito indipendente. Il primo è una commedia americana girata all’interno dell’ambiente hollywoodiano scritta da Samy Burch e diretta dal marito Alex Mechanik. L’altro film è una commedia agrodolce di produzione brasiliana, ma per ora preferisco non aggiungere altre novità.