A Different Man, ultimo film di Aaron Schimberg (che firma anche la sceneggiatura) ci mette di fronte al grande paradosso della società contemporanea: il principio secondo cui modificare il proprio aspetto possa in qualche modo definire anche la nostra interiorità.
A Different Man è un dramma psicologico dai toni velatamente surreali che pone l’attenzione sulla percezione del sé, con protagonista Sebastian Stan (The Apprentice, Capitan America: Brave New World) vincitore dell’Orso d’oro per la migliore interpretazione alla 74esima edizione del Festival di Berlino.
Prodotto da Killer Films, Grand Motel Films e A24, A Different Man è sicuramente un film da non perdere e arriverà nei cinema dal 20 marzo.
La trama di A Different Man

Edward Lemuel (Sebastian Stan) è un aspirante attore tendenzialmente solitario, introverso e anche un po’ impacciato a causa della neurofibromatosi, una malattia che gli provoca una costante deformazione del viso. L’insicurezza è tanta e cresce dopo aver conosciuto Ingrid Vold (Renate Reinsve), sua nuova vicina di casa, a cui Edward non riesce a manifestare i suoi sentimenti.
L’uomo, però, è particolarmente determinato a dare una svolta alla propria esistenza sottoponendosi ad una cura sperimentale che promette di far sparire completamente gli effetti della neurofibromatosi. Il trattamento riesce al meglio e Edward cambia completamente il suo volto insieme alla sua identità, facendosi chiamare Guy Moratz.
Diventato ormai un agente immobiliare molto affermato in città, Guy si imbatte per caso in Ingrid e scopre che la donna sta per mettere in scena una pièce teatrale dedicata alla vita del suo ex vicino Edward. Intenzionato a far parte del cast, Guy partecipa alle audizioni ottenendo il ruolo di attore principale ma, durante le prove, viene avvicinato da Oswald (Adam Pearson), una personalità trascinante e carismatica che prende ben presto il suo posto e si conquista un’ottima fama. A differenza di Edward, Oswald non si sente limitato dalla sua condizione dividendo il suo tempo tra lavoro e mondanità. È da qui in poi in poi che Guy inizia il suo declino emotivo assumendo strani comportamenti, fino a perdere il senso di sé stesso.
La metamorfosi di Edward e l’illusione del cambiamento
“La mia faccia si sta sbriciolando in mille grumi”
Sono le parole pronunciate da un Edward preoccupato durante il trattamento sperimentale che lo vede coinvolto e di cui sente un estremo bisogno. È forse questo il momento clou che decreta il primo passo del protagonista verso il cambiamento, una metamorfosi al limite del body horror che lo condurrà verso una deriva psicologica.
A dare certamente grande spessore sia alla scena che all’intero film ci pensa Sebastian Stan, esternando le paure e le incertezze che attanagliano il suo personaggio e portando alla luce – in modo credibile e sincero – il conflitto interiore di un uomo che non sa di aver già perso in partenza la sua personale guerra tra estetica e identità.

Ad affiancare la complessa performance di Stan troviamo il conduttore e attore britannico Adam Pearson che dimostra di essere in grande forma, vestendo brillantemente i panni di Oswald.
Quest’ultimo è il co-protagonista socievole e carismatico, perfettamente a suo agio con la neurofibromatosi, che manda l’insicuro Edward (alias Guy) letteralmente in crisi.
Adam Pearson non è nuovo al cinema di Schimberg, infatti è stato protagonista di Chained for Life (2018).
Se, in questo precedente lungometraggio, assistevamo ad una storia in cui la disabilità veniva inserita all’interno del rigidamente estetico contesto hollywoodiano, in A Different Man la disabilità – invece – è rappresentata come un conflitto personale scaturito dai canoni estetici dettati dalla società.
Con la sua natura profondamente riflessiva, A Different Man sceglie di raccontare il disagio che Edward ha con sé stesso seguendo una narrazione non lineare e cambiando spesso il punto di vista del protagonista. Il tutto porta lo spettatore ad una completa immersione all’interno della storia, contribuendo a comunicare un forte senso di alienazione e straniamento, che si sviluppa durante l’incedere della vicenda.

Attraverso dialoghi caratterizzati da un solido black humor, Schimberg opta per una regia a metà strada tra realismo e onirismo in cui l’intenso conflitto del protagonista verso chi rappresenta la sua vita sul palcoscenico si fa sempre più drammatico.
Proprio questa dualistica percezione, interpretare qualcuno o essere qualcuno (ma anche venir rappresentati da terzi) porta allo smarrimento dello spettatore, la medesima confusione che vive il protagonista e rimanda alla poetica di Charlie Kaufman (Essere John Malkovich o Synecdoche, New York).
A Different Man ha un’attenzione all’estetica molto curata e le ponderate scelte visive fanno un po’ da cassa di risonanza ai temi di alienazione e ossessione che coinvolgono Edward e su cui si fonda l’intero film. Le inquadrature da sole contribuiscono a definire questo senso di turbamento, la fotografia leggermente dal sapore retrò e la musica jazz fanno il resto. Chiaroscuri e luci basse evidenziano tonalità tendenzialmente fredde che da un lato incorniciano i volti dei personaggi marcando le espressioni, dall’altro portano A different man verso l’universalità e un tempo sospeso, quasi di sogno.
A sostegno di un film già di per sé riuscito, la musica dell’abruzzese Umberto Smerilli dona all’atmosfera una connotazione misteriosamente noir e si integra tra le scene senza essere troppo invadente. Ogni parentesi sonora sembra, quindi, volta a rafforzare quella percezione distorta della realtà appartenente al protagonista, spingendoci a riflettere su quali siano le conseguenze legate ad un cambiamento così radicale, soprattutto quando la scelta non scaturisce da una propria autentica volontà.
