A più di venticinque anni di distanza dalla sua uscita in sala, ciò che colpisce di Ferie d’agosto (1996) di Paolo Virzì è l’attualità tematica sorprendente che lo accompagna, oltre che alla capacità di parlare di vizi e virtù degli italiani.
Il realismo e la vena critica si fondono nel creare una capacità d’analisi fuori dagli schemi, senza compromessi. Questo è uno dei film che sta a simboleggiare la piena espressione della visione di Virzì sul cinema e sulla realtà.
Uno sguardo critico sulla società che avrà la sua piena maturazione nel successivo lavoro Ovosodo (1997), vincitore del Leone d’argento a Venezia.

In vacanza sull’isola laziale di Ventotene, due famiglie si ritrovano vicine di casa. Il primo gruppo è formato da Sandro Molino (Silvio Orlando), giornalista e attivista di sinistra, la compagna (Laura Morante) e la di lei figlia (Agnese Claisse) avuta dall’ex marito Mauro (Silvio Vannucci). Nella villetta a fianco il capofamiglia è l’imprenditore Ruggero Mazzalupi (Ennio Fantastichini,) con la moglie Luciana (Paola Tiziana Cruciani) e la cognata Marisa (Sabrina Ferilli) col marito Marcello (Piero Natoli). Tra le due comitive, una più pignola, di sinistra e radical chic, l’altra più “caciarona” e di destra, nasceranno scontri e poi incontri, conflitti “spiccioli” o sentimentali.
Col tempo, il pubblico ha imparato ad apprezzare il lavoro di Paolo Virzì, legittimandolo come l’unico erede di una tradizione antica ed illustre che è sempre stata capace di definire il quadro sociale dell’Italia con storie di un cinema immediato, ma in grado d’essere lungimirante nei suoi intenti. I suoi racconti, quasi fossero leggende popolari, si sono sempre tramandati con una facilità innegabile, portando con sé una struttura concettuale più complessa del previsto.
Ferie d’agosto ragiona più nell’ottica delle occasioni mancate, a metà fra i trenta ed i quarant’anni, vedendo nel mese d’agosto un’opportunità con cui staccare la spina e tirare le somme sulla propria vita. In questo senso, il film di Virzì è un vero e proprio gioiellino comunicativo fatto di battute taglienti ed irriverenti, attraverso cui raccontare una crisi familiare.

Dopo un esordio alla regia sfacciatamente politico come La bella vita (1994), Ferie d’agosto ha il sapore di un esperimento artistico su di un cinema ricco di metafore, nonostante sia fortemente piantato sul racconto. Commedia di costume dai toni leggeri, capace di disegnare con oculatezza i tratti di un paese in costante mutamento con estrema abilità comunicativa.
Ad essere narrata è la crisi dei valori che ha trovato il pieno compimento nel secondo decennio degli anni Duemila, sottolineando lo spessore del cineasta e del suo occhio sul paese, nonché la sua bravura innata nel saper raccontare come pochi altri dell’italianità e degli italiani.
Ferie d’agosto è un’opera che invecchia deliziosamente, mantenendosi tutt’oggi attuale, ma forse per ragioni che ora come ora avremmo rifiutato volentieri.

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