Bei tempi, quelli in cui Daniele Luchetti realizzava film come Mio Fratello è Figlio unico o il divertente La Scuola. Già, perché, di fatto, oggi come oggi, sono in molti ad aver storto il naso di fronte a Lacci, la sua ultima fatica presentata Fuori Concorso e come film d’apertura della 77° edizione della Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia.

Peccato perché, quando è particolarmente in forma, un regista come Luchetti di cose ne ha da dire eccome. Eppure, in questo particolare contesto, sarà stato il peso dell’enorme responsabilità di dover aprire un’edizione della Mostra assai insolita – se non addirittura unica, date le particolari condizioni in cui si sta svolgendo – sarà stata questa diffusissima necessità di molti dei cineasti nostrani di voler indagare a tutti i costi sul concetto di famiglia in tutte le sue più disparate accezioni, si ha purtroppo l’impressione che Luchetti abbia, in realtà, ben poco da dire.

Puntando su un cast che vede schierati in prima linea nomi del calibro di Luigi Lo Cascio, Alba Rohrwacher, Silvio Orlando, Laura Morante, Giovanna Mezzogiorno e Adriano Giannini, Lacci – prendendo il via da una Napoli degli anni Ottanta – ci racconta il tormentato matrimonio di Aldo – conduttore radiofonico che si divide tra Roma (dove lavora) e Napoli, appunto (dove vive con la sa famiglia) – e Vanda. L’uomo mette tutto in discussione nel momento in cui si innamora di una giovane collega, Lidia. Vanda ne è devastata. Come se non bastasse, i due figli piccoli risentiranno continuamente dei litigi dei loro genitori e di tutte le inevitabili conseguenze del caso.

Una storia vista e rivista? Già da una prima, sommaria lettura della sinossi sembrerebbe proprio di sì. Eppure, da che mondo è mondo, è anche vero che per fa sì che un film funzioni dipende tutto dal come le vicende vengono messe in scena, dal taglio che si vuol dare al lavoro finito, da come, via via, vengono sviluppati i rapporti personali o indagati i sentimenti e via discorrendo. Ecco, in Lacci, purtroppo, ci si adagia su quanto già più e più volte realizzato in passato banalizzando un discorso assai più complesso di quello che sembra e tentando di dipanare i problemi di coppia con una psicologia spicciola.

Aldo è incapace di amare. O, meglio ancora, non vuole impegnarsi in rapporti in cui è costretto continuamente ad autoanalizzarsi e a mettersi in discussione. E se è così a Napoli con Vanda, fuggendo a Roma troverà la stessa situazione con Lidia.

Due città distinte – ben presentate, durante la prima parte del film, con enormi didascalie che stanno a promettere qualcosa di importante che, in realtà, non avverrà mai – per due situazioni che hanno molte cose in comune di quanto possa inizialmente sembrare. Cosa scegliere, dunque? Optare per una strada totalmente nuova che possa regalare l’opportunità di crescere o preferire una situazione che già si conosce a memoria, in cui potersi completamente adagiare?

Lacci affida questi dilemmi esclusivamente al cast, che non sempre si rivela all’altezza della situazione. E se in molti hanno sorriso nel momento in cui un placido Silvio Orlando perde finalmente le staffe, probabilmente l’unica sequenza realmente degna di nota dell’intero lungometraggio è l’ultima, appena prima dei titoli di coda. Ma è sufficiente una e una sola sequenza a salvare un intero lavoro? Ovviamente no. E al termine della visione ci si sente stanchi di aver rivisto per l’ennesima volta lo stesso film, che, per contro, dato il particolare contesto in cui è stato presentato, ha anche parecchie pretese in più rispetto ai suoi “predecessori”.

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