Quando parliamo del ruolo dei colori nel cinema, ci riferiamo a ben precisi archetipi atti a trasmetterci ogni volta messaggi, sensazioni, simboli, ben precise direzioni che sta prendendo di volta in volta la pellicola.
Ci sono film nella storia del cinema che hanno fatto di determinati colori alcuni dei loro punti di forza (basti pensare a La Donna che visse due Volte del grande Alfred Hitchcock e a quel verde che filtrava dalle finestre, giusto per fare un esempio). Ma ci sono anche altre pellicole, al contempo, che sono addirittura nate pensando a dei colori specifici.
Una di queste, ad esempio, è Deserto Rosso, diretta da Michelangelo Antonioni nel 1964, nonché primo lungometraggio a colori diretto dal regista di Ferrara. Prima di osservare da vicino, però, il ruolo che i colori svolgono in questa precisa pellicola, vediamo meglio di cosa stiamo parlando.
Deserto Rosso: la trama

Grande, grandissima protagonista di Deserto Rosso è, come ben sappiamo, Monica Vitti.
A lei, dunque, il compito di impersonare la tormentata Giuliana, moglie del dirigente industriale Ugo (impersonato da Carlo Chionetti), la quale da sempre soffre di ansia dovuta soprattutto a una disturbante sensazione di inadeguatezza e di una forte insoddisfazione di fondo.
Al punto, addirittura, di tentare il suicidio. Nulla sembra poter alleviare le sofferenze di Giuliana. Né una breve permanenza in un istituto psichiatrico, né tantomeno la compagnia dell’ingegnere Corrado Zeller (Richard Harris), amico di suo marito, nonché l’unica persona che sembra realmente comprenderla.
Come andrà a finire?
Senza possibilità di salvezza
Grande protagonista di Deserto Rosso, dunque, è proprio questo forte malessere di fondo che scandisce le giornate di Giuliana e da cui non sembra proprio esserci via di fuga alcuna.
Ogni nuovo evento, ogni piccolo “incidente” (come, ad esempio, un lieve malessere di suo figlio) sembra addirittura amplificare ciò che la protagonista prova.
Ma da cosa dipende, di fatto, tale malessere? E, soprattutto, esiste davvero una seppur debole possibilità che tale fase delicata possa essere finalmente superata?
Il mondo che cambia

Partendo, dunque, dal malessere della protagonista, ciò che Michelangelo Antonioni ha voluto mettere in scena in Deserto Rosso è, in realtà, qualcosa di molto più ampio, più universale. E lo capiamo immediatamente dal modo in cui le location stesse vengono trattate, e da come a loro venga affidato quasi il ruolo di coprotagoniste.
Qui, infatti, ci troviamo a Ravenna, ma non nella solita Ravenna che tutti conosciamo per il suo grande patrimonio storico-artistico. La Ravenna di Deserto Rosso, infatti, è una Ravenna industriale, del tutto straniante e disumanizzata, che altro non fa che trasmettere un forte senso di disagio a chiunque la abiti e che, mostrandoci come, attraverso una copiosa industrializzazione, il mondo stia via via cambiando, rende chiaro il motivo per il quale in molti, oggi, si sentono spaesati, senza più certezza alcuna, non si riconoscono quasi più. E Michelangelo Antonioni, per primo, è riuscito a rendere alla perfezione tale malessere, rendendo personaggi e ambientazioni quasi un’unica entità che non può essere separata.
Rosso Michelangelo

Ed ecco che, finalmente, torniamo al nostro colore rosso e a ciò che esso stesso rappresenta all’interno della presente pellicola. C’è da dire innanzitutto che Deserto Rosso è nato proprio pensando a tale colore e a tutto ciò che esso potesse trasmettere allo spettatore.
Il rosso, colore non solo menzionato nel titolo, ma anche ulteriore protagonista del lungometraggio, sta qui a trasmetterci, dunque, proprio quella forte sensazione di disagio, dovuta a un profondo senso di solitudine, di vuoto, alla sensazione che nessuno possa realmente comprenderci e che il tutto potrebbe portare in ogni momento a conseguenze drastiche.
Il rosso di Deserto Rosso è testimone di una profonda, sorda drammaticità, e nelle ambientazioni accuratamente scelte dal regista trova la sua perfetta declinazione (non a caso il film ha vinto il Nastro d’Argento alla Miglior Fotografia, a opera di Carlo Di Palma).
Rilevanza storica
Al termine di tale riflessione, dunque, ci viene da chiederci: perché, dunque, Deserto Rosso è un film così importante nella storia del cinema? Semplice: con la presente pellicola Michelangelo Antonioni ha concluso un trittico dedicato al male di vivere iniziato già con Il grido (1957) e L’Avventura (1960), ma lo ha fatto anche attualizzando il discorso, descrivendo il mondo dell’epoca e sperimentando per la prima volta il colore, realizzando in tal senso quasi una sorta di manuale della fotografia al cinema. E questo, si sa, è qualcosa che in pochi riescono a fare.
FAQ – Deserto Rosso e il ruolo del colore nel cinema
Che ruolo ha il colore nel cinema?
Il colore nel cinema è uno strumento narrativo ed emotivo: comunica stati d’animo, anticipa sviluppi della trama e rafforza il significato simbolico delle immagini, influenzando la percezione dello spettatore anche a livello inconscio.
Perché Deserto Rosso è un film importante nella storia del cinema?

Deserto Rosso è importante perché segna il primo uso del colore da parte di Michelangelo Antonioni, trasformandolo in elemento narrativo centrale e contribuendo a ridefinire il rapporto tra immagine, spazio e psicologia dei personaggi.
Cosa simboleggia il colore rosso in Deserto Rosso?
Il rosso simboleggia disagio esistenziale, solitudine e tensione emotiva. È la manifestazione visiva del malessere interiore della protagonista e della sua difficoltà a integrarsi in un mondo industriale freddo e disumanizzato.
In che modo le ambientazioni influenzano il significato del film?
Le ambientazioni industriali non sono semplici sfondi, ma riflettono lo stato psicologico dei personaggi. Fabbriche, fumi e spazi artificiali amplificano il senso di alienazione e rendono visibile il conflitto tra individuo e modernità.
Qual è il tema centrale di Deserto Rosso?
Il tema centrale del film è il male di vivere nell’epoca moderna: un disagio profondo legato all’alienazione, all’incomunicabilità e alla trasformazione del mondo, che trova nel colore e nello spazio la sua espressione più potente.
Deserto Rosso fa parte di un percorso tematico di Antonioni?
Sì. Il film conclude il percorso di Antonioni sul disagio esistenziale iniziato con Il grido e L’Avventura, aggiornandolo al contesto industriale degli anni Sessanta e sperimentando per la prima volta il linguaggio del colore.
Esistono altri film famosi per l’uso simbolico del colore?
Sì. Un esempio celebre è La donna che visse due volte di Alfred Hitchcock, in cui il verde diventa simbolo di ossessione, desiderio e illusione.
