In anteprima assoluta, il 14 luglio 2025 è stato proiettato a Recanati, nella piazza dedicata al poeta dell’infinito, il film Leopardi & Co, costellato da attori dai volti più nuovi, una star nostrana, un po’ di nepotismo (che qui non guasta), due stelle di Hollywood (che hanno entrambe debuttato con Spielberg), e tanti scorci del borgo marchigiano.
Federica Biondi, regista originaria di Jesi, dirige il suo terzo film seguendo una sceneggiatura scritta a più mani da Mauro Graiani, Nicola Barbaba e Roberto Cipullo, sotto la guida della produzione di Camaleo che si avvale del contributo della Marche Film Commission e della collaborazione della Eagle Pictures.
Tra i produttori, nei titoli di coda, figurano anche il protagonista Jeremy Irvine e la EGOT Whoopi Goldberg, che rispettivamente interpretano l’attore David Kerne e la sua agente Mildred.

Il cast vede anche Paolo Calabresi e la figlia Aurora Calabresi nel ruolo del regista Ruggero Mitri e dell’aiuto regista Sabrina, Denise Tantucci nella parte della co-protagonista femminile Silvia, esperta di Leopardi e co-proprietaria del pub letterario “Dead Poetry” insieme alla sua amica Vanda, interpretata da Aurora Moroni. Presente anche Paolo Camilli, che veste i panni di Brando, aka il comic relief sopra le righe.
Questa non sarà una recensione con spoiler (per quello ci pensa già il trailer), Leopardi&Co è semplicemente carino, è un film senza impegno su una storia d’amore tra una bellissima ragazza e un aitante ragazzo. Fin qui, tutto normale.
La pellicola parla di David, attore americano incastrato dalla sua agente Mildred a Recanati, sul set di “Giacomo in Love”, un film sulla vita di Giacomo Leopardi. L’americano non ne sa nulla e recita malissimo, dunque, il disperato regista Ruggero si lamenta al pub di Vanda, che subito lo mette in contatto con Silvia, storica e conoscitrice della vita di Leopardi. I due però non sanno che David e Silvia hanno già avuto un incontro spiacevole.
Leopardi & Co, la recensione

Che si affronti l’elefante nella stanza: ma che occasione perduta è la scelta di non chiamare il film “Giacomo in love”?
Sicuramente smielato, ma avrebbe avuto un senso logico anche a livello narrativo, avrebbe reso tutto più meta opera. E invece no, Leopardi e compagnia.
Un gran peccato, soprattutto perché quel titolo avrebbe sposato appieno l’estetica da “Hallmark movie”: è, infatti, l’unico tassello che manca all’appello. Sì, perché questo film è godibile, ma non è originale, segue dei criteri precisi di una tipologia di lungometraggi televisivi, noti per andare in onda quando il palinsesto è particolarmente vuoto. A tal proposito, è piuttosto insolita la scelta di distribuire Leopardi & Co al cinema e la presenza di Whoopi Goldberg non può essere una scusante.
Riprendendo il discorso, questi film sono ispirati alle vacanze, prima estive e poi fagocitando il genere al Natale. Prosperano su stereotipi prevedibili, ed è questa la loro forza: abbracciare un pubblico casalingo che non ha molta voglia di impegnarsi nella visione. Ci sta, evviva la pigrizia nei film, se in vacanza!
Tornando all’estetica di tale genere, le pellicole che vi appartengono sono spesso ambientate in posti remoti dove sembra che la realtà non abbia un suo impatto. Si tratta di isole senza grandi problemi se non per questioni utili alla trama. Ed è proprio quello che succede qui: Recanati la vedi, ma la vedi e basta. Fa solo da sfondo e non c’è nemmeno il respiro di un tessuto sociale, perché tanto “qui non succede niente”, proprio come si lamenta David.
Altro cliché è che c’è sempre qualcuno che viene o torna dalla “big city”, magari con un lavoro super cool e che per qualche strano scherzo del destino finisce in questi posti, che prima disprezza e poi non vuole abbandonare più.
Inoltre, è onnipresente che almeno uno dei due protagonisti sia single da così tanto tempo che i suoi amici si preoccupano, oppure che abbia una relazione con la persona sbagliata. Per questo c’è sempre qualcuno che fa da matchmaker, o da madrina/padrino. A volte è l’amico, a volte è l’intero villaggio, a volte è il minorenne di turno che fa tenerezza a tutti e fa legare pure l’acqua con l’olio.

E poi, ci sono sempre delle promesse infrante, dei progetti da rivalutare, degli “errori di comunicazione”, che creano incomprensioni tra i personaggi, costringendoli ad affrontare i loro veri sentimenti.
C’è una scena molto carina che simboleggia tutto questo, dove David è davanti ad un cartellone del suo film, mentre decide cosa fare. Ha appena ottenuto tutto quello che ha sempre sognato, ma non è felice. Dunque si spoglia del costume di scena per tornare a Recanati dalla sua Silvia.
Leopardi & Co. è un film che prima di raccontare una storia, vuole farti innamorare dei personaggi, romanticizzare un certo tipo di vita e far sognare ad occhi aperti. Restano simpatici i rimandi al “Giovane Favoloso” di Mario Martone quando si cita Elio Germano e sicuramente ci possono essere delle ulteriori letture del film attraverso la letteratura leopardiana, ma che potenziali questi paragoni al momento si lascino scivolare via, perché ora bisogna parlare delle note dolenti.
Mettendo da parte qualche movimento di macchina impreciso, una fotografia niente di che sui panorami recanatesi e qualche drone di troppo, bisogna parlare del doppiaggio, che non è dei migliori: è spiacevole scrivere ciò, ma ci sono molti film simili italo-americani con il ridoppiaggio che funzionano molto meglio, il cui “switch” tra le lingue è molto più armonico. Esempio recente? La Dolce Villa su Netflix, con Scott Foley e Violante Placido. Insomma, il doppiaggio degli attori italiani proprio non andava: Silvia sembra sdoppiarsi in due entità, le battute di Ruggero non hanno dei buoni tempi comici, le comparse maschili hanno una voce troppo analoga a quella del doppiatore del protagonista (Gabriele Vender) e il lip-syncing è terribile.

Appunti vari da fare anche per la sceneggiatura e per l’impostazione dei ruoli: la sensazione, soprattutto riguardo i personaggi di Brando e Vanda, è che abbiano scritto le battute basandosi anche sui ruoli per i quali i due attori sono maggiormente conosciuti. Non è, dunque, una critica agli interpreti, ma più un’osservazione sul materiale. Onestamente Paolo Camilli e Aurora Moroni possono dare molto di più visto i loro lavori precedenti, ma al primo gli hanno appioppato erroneamente il personaggio-parodia tipico degli sketch del web 3.0, dal quale Camilli per fortuna in qualche battuta ne esce, e alla seconda hanno fatto fare la versione leggermente più adulta e queer della spalla della protagonista Disney Channel. Qualche accorgimento in più non guastava.
Alla protagonista femminile non è andato un personaggio migliore: Silvia è un personaggio ostile, antipatico, la classica ragazza diversa dalle altre, scritta…da un uomo. Noiosissima, bidimensionale e “so tutto io”. Molto più autentico il ruolo di David, l’americano privilegiato che impara cose nuove è sicuramente più naturale e veritiero.
È vero, questo è un film intenzionalmente pieno di stereotipi, però c’è da dire che la rappresentazione dei personaggi si è evoluta negli anni. Qui si è bloccati tra la manic pixie dream girl e la pick me girl. Non è una ragazza vera, è il guscio di quello che i media ci propinano da una vita.
Perchè cineturismo?

Questa parola magica non è altro che la pratica di visitare luoghi del cinema e della televisione. Fin qui non ci sarebbe niente di male, se non fosse che l’idea dietro al concepimento del film sia principalmente quella di promuovere il territorio. Scelta che viene fatta combaciare con la scritturazione del cast: Denise Tantucci è di Fano, Aurora Moroni è di Recanati e Paolo Camilli è di Porto Sant’Elpidio, per non dimenticare la regista che viene da Jesi.
Durante la presentazione del film, è stato citato più volte come il territorio marchigiano sia “plastico”, perché bellissimo e variegato. OK, ma un film può essere uno spot costoso? Serve davvero questo turismo, o serve un’educazione al cinema e ai media e ai suoi mestieri a partire dalle scuole?
E siamo sicuri che questo sia un territorio plastico, ovvero adattabile a più storie, quando non fa altro che sparire nella scenografia?
E perché, spesso, si prende sempre lo stesso materiale? Recanati, anzi meglio rettificare, l’eredità di Leopardi è per l’ennesima volta nel giro di pochi anni elemento portante della trama di un film o di una serie tv. E questo, sinceramente, inizia a stancare.
E quando le Marche sono state semplicemente set in altri progetti, tali sono rimaste: dei set all’aria aperta.
Non è normale che ci sia qualcosa di marchigiano intrinseco alla trama, e che non sia Giacomo Leopardi, solo in un episodio della quarta stagione delle Winx. Questione aperta e mai più toccata, tra l’altro.
È una noia questa retorica capitalista sul cineturismo che porta posti di lavoro e fa girare moneta. Girerà pure, ma sempre nelle tasche dei soliti per fare il prodottino facile e a basso costo. E ritornando su Leopardi & Co, è anche ironico tutto ciò: c’è la volontà di pubblicizzare gli scorci recanatesi, fallendo nella missione considerato che gli interni sono molto più belli e suggestivi degli esterni.
A quando un bel film con una produzione importante sulla realtà imborghesita di questo territorio? Basterebbe anche un corto.
Leopardi & Co, comunque, sarà nelle sale cinematografiche dal 14 agosto.
