Un modo eticamente corretto per uccidere una preda disarmata è utilizzare un unico colpo. Ogni buon cacciatore dovrebbe adottare questa filosofia di caccia (e di vita). Ed è proprio tale comportamento ad assumere ne Il Cacciatore, grandissimo cult diretto dal compianto Michael Cimino nel lontano 1978, un significato piuttosto simbolico, ritornando, come per magia, in uno dei momenti probabilmente più iconici dell’intero lungometraggio.
Ma se, di fatto, la pellicola di Cimino è diventata, nel corso degli anni, a dir poco leggendaria e già dalla sua prima uscita in sala è stata osannata da pubblico e critica (al punto da ottenere ben nove nomination ai Premi Oscar, vincendone cinque, tra cui l’Oscar al Miglior Film) non è assolutamente un caso.

E infatti, all’interno di un’opera della durata di oltre tre ore che trascorrono senza che nemmeno ce ne si accorga, Cimino è riuscito a lanciare un potente messaggio antibellico (la sconfitta degli Stati Uniti in Vietnam era ancora fresca), insieme a una vera e propria apologia dell’amicizia e dell’importanza dei rapporti interpersonali, senza mai risultare banale o retorico. Ma prima di osservare con attenzione ciò che il regista di New York ha realizzato, ripassiamo brevemente l’incipit de Il Cacciatore.
Ci troviamo, dunque, a Clairton, una piccola cittadina della Pennsylvania. Un gruppo di amici di lunga data sta festeggiando il matrimonio di uno di loro, Steven (impersonato da John Savage). Del gruppo fanno parte anche Mike (Robert De Niro) e Nick (Christopher Walken), innamorati della stessa donna, Linda (Meryl Streep), ma sempre leali e onesti ognuno dei confronti dell’altro, al punto di promettersi a vicenda di restare sempre uniti. Persino quando Linda accetterà di sposare Nick. Ma, soprattutto, persino quando dovranno partire per il Vietnam. Quale sarà, dunque, il loro destino?

Al di là delle numerose scene di azione e, soprattutto, di tensione, al di là della guerra stessa che svolge, come ben possiamo comprendere, un ruolo a dir poco centrale, ciò su cui Cimino ha voluto focalizzare la sua attenzione ne Il Cacciatore è, in primo luogo, proprio la componente umana, dove valori come amicizia e lealtà sono in grado di sopravvivere a ogni avversità, ma dove la guerra stessa può togliere anche ai caratteri maggiormente temprati ogni qualsivoglia umanità e ogni energia vitale.
Particolarmente interessante, a tal proposito, è la divisione dei film in tre distinte sezioni (la prima riguarda, appunto, la tranquilla vita dei protagonisti a Clairton, la seconda la guerra stessa e, in modo particolare, il momento in cui i tre vengono catturati dai Viet Cong, mentre la terza riguarda le conseguenze del conflitto bellico e il come sia cambiata la vita dei ragazzi dopo di esso), da cui, attraverso una fluidità narrativa supportata da una sceneggiatura robusta e da una regia in grado di far passare letteralmente alla storia determinati momenti (basterebbe anche solo pensare, senza spoiler alcuno, s’intende, alla leggendaria scena della roulette russa), si fa palese proprio quanto menzionato sopra.
Potranno mai esserci guerre giuste? Chi sarà, di fatto, a pagarne le conseguenze? Ma di fianco a un cupo pessimismo, v’è pur sempre un canto di speranza. Il canto dei sopravvissuti che, seppur deboli e martoriati nell’animo, chiedono incessantemente a Dio di benedire la loro amata patria.
