Sono passati ottantacinque anni dall’uscita nelle sale cinematografiche americane de Il Grande Dittatore di Charlie Chaplin. Sebbene sia stato realizzato alla fine degli anni Trenta, questo film continua a parlare con forza al presente, dimostrando un’attualità sconvolgente.
Nella Tomania, uno stato totalitario immaginario, il crudele dittatore Adenoid Hynkel (interpretato dal cineasta) brama la conquista del mondo e perseguita gli ebrei. In parallelo, la storia di un barbiere ebreo (a sua volta messo in scena dallo stesso Chaplin) prova a resistere, cercando di sopravvivere nel ghetto colpito dalla violenza quotidiana dei militari della Tomania.

Nella sua autobiografia — pubblicata in inglese nel 1964 — racconta che l’idea gli venne grazie all’amico regista Alexander Korda, il quale gli fece notare come Hitler avesse gli stessi baffi del suo celebre personaggio Il Vagabondo. Tuttavia, le coincidenze non si esaurivano di certo con questa somiglianza fisica. Hitler e Chaplin condividevano lo stesso anno di nascita, il 1889, lo stesso mese, aprile, e la stessa settimana, si passavano solo pochi giorni! L’esito delle loro vite, però, denuncia una grande differenza: da un lato un grandissimo artista di successo, dall’altro un artista mancato che ha distrutto gli equilibri mondiali.
But I was determined to go ahead, for Hitler must be laughed at. Had I known of the actual horrors of the German concentration camps, I could not have made The Great Dictator; I could not have made fun of the homicidal insanity of the Nazis.
My Autobiography 1964 [Ma io ero determinato ad andare avanti, poiché Hitler doveva essere deriso. Se avessi saputo degli orrori dei campi di concentramento tedeschi, non avrei potuto realizzare Il Grande Dittatore; Io non avrei potuto prendermi gioco della pazzia dei nazisti.] Charlie Chaplin
Così, Chaplin per prendere le parti del crudele dittatore della Tomania studiò moltissimo. La gestualità, il modo di parlare e anche le passioni: dai set arricchiti da oggetti e opere d’arte dal gusto classico, tipico del regime, fino alle inclinazioni musicali, con il riferimento al compositore Richard Wagner, tanto amato e apprezzato da Hitler. A differenza degli altri film, dove lasciava spazio alla fantasia, la sceneggiatura fu scritta meticolosamente e con attenzione. Solo le parti “mute” e il discorso del dittatore, in un maccheronico tedesco, sono lasciate all’improvvisazione.


Il Charlie Chaplin Archive digitalizzato e catalogato dalla Fondazione Cineteca di Bologna, ci svela come il realtà il film avrebbe dovuto comprendere – facendo fede alla sceneggiatura originaria – anche altre scene che mostrassero, per esempio, l’ascesa al potere di Hynkel, ricalcando la vita del Führer, oppure Hynkel alle prese con le nuove tecnologie tra cui un dirigibile con cui il dittatore vola in modo goffo e infantile.
Questo film si differenzia molto dagli altri della produzione chapliniana. Il linguaggio muto, gestuale e slapstick lascia ora spazio al sonoro. È come se quella stagione espressiva non trovasse più posto in un mondo scosso dalla Seconda Guerra Mondiale. Analizzando i tre film: Tempi Moderni del 1936, Il Grande Dittatore e Monsieur Verdoux del 1947 questa evoluzione appare più che evidente. Dall’uso della comicità fisica come critica grottesca della società presente nelle gag in Tempi Moderni si passa a una critica della società affidata alle parole che trasudano però anche speranza, con il celebre discorso finale ne Il Grande Dittatore.
Tuttavia, in un contesto profondamente mutato dalla guerra e dalla crescente sfiducia nell’uomo, il cinema di Chaplin vira verso il disincanto e l’amarezza, fino ad avere delle commedie bagnate di rammarico e profonde riflessioni sul genere umano. Chaplin dimostra di aver compreso quanto la sua regia potesse farsi strumento di denuncia, risveglio e commozione, nonostante lasci, in alcuni momenti, lo spettatore con un sorriso. La mancata risoluzione definitiva di conflitti a livello globale — che ancora oggi si mantengono in pace sul filo del rasoio — e questo linguaggio del genio chapliniano, rappresentano la modernità delle sue opere. Nonostante i film siano stati realizzati nel secolo scorso, non hanno nulla da invidiare alle commedie moderne.
Il Grande Dittatore: la recensione di George Orwell
Lo scrittore britannico George Orwell, pseudonimo di Eric Arthur Blair — meglio conosciuto per i suoi romanzi La fattoria degli animali e 1984 — il 21 dicembre 1940 sul periodico britannico The Observer ha scritto una recensione sul film di Chaplin. Orwell comincia con una descrizione del film colorandola con dei commenti personali. Apprezza per esempio, il momento in cui Hynkel è talmente concentrato a superare Bonito Napoleoni (evidente rimando a Mussolini, brillantemente interpretato da Jack Oakie) che versa della senape sulle fragole al posto della panna. Il finale è un’interruzione del flusso narrativo e lascia con il fiato sospeso. Porta a chiederci: il barbiere ebreo verrà riconosciuto come impostore e ucciso, oppure si aprirà davvero un periodo di pace e uguaglianza?
Lo scrittore inglese non celebra il film come un capolavoro e ne riconosce alcune limitazioni. Per lui, Chaplin non si è aggiornato sulle tecniche moderne e molto spesso le sue opere appaiono come un insieme di impressioni, di scatti, tenuti insieme solo da uno spago. Tuttavia, proprio questa è stata la forza di Chaplin: con il suo modo di raccontare le cose, riusciva ad arrivare al pubblico comune, a parlare democraticamente.
Con Il Grande Dittatore, Chaplin dimostra di non essere solo un genio comico, ma anche un artista capace di leggere con lucidità il suo tempo e anticipare le derive della storia. La sua scelta di ridicolizzare il potere totalitario attraverso il linguaggio della satira fu coraggiosa e rischiosa: il film incontrò resistenze nella distribuzione, e lo stesso Chaplin fu attaccato dagli Stati Uniti, accusato di simpatie comuniste.
Eppure, proprio nella sua miscela di comicità e denuncia, il film continua a parlare al presente. In un mondo ancora attraversato da ideologie autoritarie e disuguaglianze, il messaggio di libertà, dignità e umanità lanciato dal discorso finale, conserva la sua forza. Forse oggi, più che mai, serve uno sguardo come quello di Chaplin: capace di smascherare il potere con ironia e di toccare il cuore di tutti con la verità.






