Cime innevate, laghi ghiacciati, una natura ostile e ferale, notti fredde e oscure facevano da scenario per uomini duri e rotti ad ogni insidia, ossessionati dalla corsa all’oro e incuranti delle avversità della natura del Klondike dove lupi, e fiere di ogni specie, erano, nel 1896, un nemico da non sottovalutare. In questi luoghi e tra questi avventurieri si muove il romanzo cult di Jack London Zanna Bianca.

Dalle pagine di London sono stati tratti diversi adattamenti per il cinema come il recente Il richiamo della foresta e tra questi anche Zanna Bianca – Un piccolo grande lupo, uscito trent’anni fa, diretto da Randal Kleiser e sceneggiato da Jeanne Rosenberg, Nick Thiel e David Fallon in modo abbastanza fedele rispetto al romanzo originale. Ancora oggi il film è uno dei migliori prodotti non animati realizzati dalla Disney, ma Zanna Bianca di Kleiser è anche la dimostrazione di quanto e come sia cambiata la settima arte nell’approccio con il pubblico dell’infanzia.

Lì, in quell’Alaska che ancora oggi è terribile ed inospitale, in cui la natura non si è mai arresa, seguivamo le orme del giovane e un po’ sprovveduto Jack Conroy (un giovanissimo Ethan Hawke) alla ricerca di una miniera lasciatagli in eredità dal padre. Tra brutti incontri e ladri da strada, si accoderà con Alex Larson (Klaus Maria Brandauer) ex amico del padre, e comincerà a conoscere sul serio cos’è la vita in quelle terre selvagge.
La sua vicenda, va di pari passo con la nascita e i primi pericolosi mesi di vita di un giovane lupo, il cui destino si incrocerà più e più volte con quello del giovane ragazzo. Alla fin fine, l’uno darà un senso alla vita dell’altro, e si creerà un legame profondissimo.

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Zanna Bianca – Un piccolo grande lupo era un film che pretendeva dal suo pubblico una buona dose di coraggio e di sensibilità. Molto accurato storicamente (ben più di tanti altri film venuti dopo ambientati nello stesso periodo), evitava ogni retorica, ogni buonismo, mostrava l’imprevedibile flusso della vita così com’era in quelle terre, dove si poteva passare dalla vita alla morte in un niente.
Hawke fa del suo Jack, un simbolo di una lenta, ma costante rappacificazione dell’uomo con l’ignoto e con le leggi della natura, soprattutto con la forza di quest’ultima rappresentata da quel lupo, da quella fiera che non accetta di essere addomesticata o resa un docile compagno di passeggiate.
Anche in questo, vi era grande fedeltà al romanzo di Jack London (che un cercatore lo fu sul serio), perché non vi era una “conversione”, non vi era il desiderio di far parte della civiltà: Zanna Bianca è un lupo che per una serie di avvenimenti è cresciuto tra gli uomini, ma resta un animale selvatico, indomito, legato in maniera profonda a quei luoghi con coraggio e ferocia.

Il film di Kleiser non risparmiava nulla allo spettatore: la morte di uno dei compagni di Conroy e Larson sbranato dai lupi, la sofferenza della madre di Zanna Bianca uccisa da un colpo di fucile, la crudeltà del fato e degli uomini che costrinsero un lupo a combattere contro dei cani fino alla morte.
James Remar (tra i più sottovalutati attori della sua generazione) fa del suo Beauty Smith, il simbolo di quell’umanità disperata, gretta, crudele, che distrusse bisonti, indiani e foreste per un po’ d’oro o di soldi, che rese l’Ovest più che un avamposto di civiltà, una Babele fatta di sangue e crudeltà verso i proprio simili.

La morte, come in Bambi o nell’epica e tragica avventura preistorica di Piedino ne Alla ricerca della Valle Incantata, è anche qui la morte di un genitore, l’assenza improvvisa della figura materna, che simboleggia però anche la morte della natura, schiacciata dagli uomini bianchi, armati di fucili, di fuoco e assolutamente incapaci di convivere con le altre forme di vita a differenza dei nativi.
La rappresentazione dei nativi è un altro elemento interessante di Zanna Bianca – Un piccolo grande lupo: i “pellerossa” non sono filosofi New Age, come di lì a poco Costner avrebbe mostrato in Balla coi Lupi, quanto piuttosto dei dominatori non invasivi, rispettosi, ma non per questo più empatici perchè anche loro costretti a sopravvivere a scapito degli animali da mangiare.

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Oggi come oggi, un film come questo non sarebbe possibile proporlo ad un pubblico di bambini a causa della brutalità, della durezza dell’iter narrativo e della violenza (anche visiva) necessaria per empatizzare con i personaggi. La Disney oggi ha preferito seppellire sotto strati e strati di zucchero la cattiveria dell’uomo e ha virato su altre tematiche importanti e complesse, ma meno ostiche. I capolavori Pixar come Soul, Up, Inside Out o Monster rappresentano appieno questo cambiamento di visione al passo con i tempi e perché no anche con le mode.

Zanna Bianca – Un piccolo grande lupo resta uno dei più onesti, maturi e meglio sviluppati prodotti per l’infanzia di quegli anni, per come seppe far comprendere la complessità del rapporto che l’uomo poteva e può sviluppare con un amico a quattro zampe e come fiero ammette Roger Ebert, rimane uno dei migliori film su quel periodo storico e sul concetto dell’uomo in relazione con la natura che per quanto essa possa cambiare la nostra visione della vita va affrontata e rispettata..

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