Con il suo primo lungometraggio, dal titolo Nel nome della Terra, Edouard Bergeon ci lascia entrare nella sua memoria, raccontandoci la storia di suo padre e rendendoci spettatori del suo vissuto che diventa specchio del dramma di un’intera classe sociale.

Silenzioso, come la stessa Terra di cui si parla, il grande successo del cinema francese che ha ottenuto tre candidature ai Caesar, Au Nom de la Terre (titolo originale della pellicola) è un dramma autobiografico, distribuito da Movies Inspired e in arrivo in Italia dal 9 luglio 2020 al cinema.

NEL NOME DELLA TERRA: TRAMA

Pierre, uno splendido Guillame Canet, (che già avevamo apprezzato ne La belle epoque e Piccole bugie tra amici), dopo un periodo di lavoro nel Wyoming torna nella più modesta fattoria francese del padre, interpretato da un burbero Jacques Narcy “Rufus”, (che ricordiamo per aver interpretato il padre di Amélie Poulain ne Il Favoloso mondo di Amélie) e, ad un prezzo decisamente esorbitante, riuscirà ad acquistarla.

Con un salto temporale di vent’anni il protagonista, ora marito e padre di due figli, riesce, anche se per poco, nell’intento di modernizzare la sua piccola attività ed inserirsi in un mercato ben più grande, seppur andando contro il pensiero del rigido padre. Il film infatti ci presenta, per tutta la sua durata, lo scontro tra tradizione e modernità, tra padre e figlio, un’inconciliabile conflitto che contribuirà ad affondare lo stesso Pierre. L’espansione della fattoria, se inizialmente regala alla famiglia momenti felici e scene di incredibile tenerezza, finirà poi per decretarne la sua distruzione. Il meccanismo capitalistico in cui si è inserito il protagonista non farà altro che schiacciarlo, annientarlo e cambiarlo nel profondo. I problemi finanziari, l’invidia del paese, l’incendio della fattoria e la continua disapprovazione paterna lo trasformeranno da padre e marito premuroso a fantasma di se stesso, da lavoratore ambizioso ed instancabile a uomo perso e disilluso.

NEL NOME DELLA TERRA: RECENSIONE

Sin dai primi istanti il film ci prepara, grazie ad un veloce sguardo in avanti nella narrazione, alla disperazione del protagonista, con una ripresa grigia e cupa, come fosse un’anticipazione di qualcosa di inevitabile di cui viene solo rimandato l’arrivo. Con un’inversione di marcia poi le inquadrature si fanno più luminose mentre ripercorriamo la vita di Pierre, che da subito percepiamo come un personaggio estremamente positivo, anche grazie alla superba interpretazione di Guillame Canet che sappiamo essersi spontaneamente proposto come interprete principale dopo la visione del precedente documentario Les Filles de la Terre dello stesso Bergeon.                                          Grazie alle sue origini (genitori erano allevatori di cavalli) Canet è riuscito a calarsi perfettamente nella parte, restituendoci un personaggio estremamente realistico e sfaccettato che è figlio incompreso, padre orgoglioso, marito devoto, lavoratore instancabile ma anche un semplice uomo alle prese con una difficile realtà.

È proprio per questo e per la delicatezza ed il rispetto con cui ci viene presentata l’involuzione del personaggio, merito del grande lavoro di Edouard Bergeon che ha raccontato di suo padre Christian dalla giusta distanza, che riusciamo ad avvicinarci al dramma silenzioso della vita contadina. Nel nome della terra infatti non è solo la storia di una vita è la storia di innumerevoli vite, è denuncia sociale, è amore e dramma, quiete e lavoro, soddisfazione e distruzione.

Lo spettatore, con disinvoltura, è messo in condizione di cogliere le dinamiche della vita nei campi, di percepire la fatica dei lavoratori e di partecipare alla loro frustrazione. La narrazione ha un equilibrio sconvolgente, viene data infatti la giusta attenzione ad ogni grande tematica indagata, non solo al lavoro ma anche al meraviglioso e tenero ambito familiare ed al difficoltoso rapporto di Pierre con suo padre (che lo stesso regista ha raccontato essere molto più complicato nella realtà). Ogni cosa è al suo posto, ogni scelta è ben calibrata, dall’arrestarsi della macchina da presa fuori dalla finestra nella toccante scena della notte di Natale, presentataci dall’esterno e senza dialoghi come a non voler violare l’intimità familiare, alla perfetta scelta musicale con “Dis, quand reviendras-tu?” che ci fa chiedere se Pierre tornerà davvero come l’avevamo conosciuto all’inizio del film o se la sua distruzione sia ormai inevitabile.

Le riprese, che si alternano tra girati in estate ed in inverno, danno allo spettatore una chiara idea della dicotomia del protagonista anche a livello visivo, le luminose immagini iniziali si contrappongono a quelle più cupe della seconda parte della pellicola, riconducibili al momento della resa consapevole di Pierre che chiude le tende della sua stanza e getta una lunga ombra sul suo mondo.                                                  Un aspetto che sicuramente salta all’occhio è la maestria e, in un certo senso, la gratitudine con cui ci viene mostrato l’elemento naturale con campi lunghissimi di spazi sconfinati alternati ad inquadrature ravvicinate che mostrano nel dettaglio il duro lavoro contadino. La terra è sempre presente, è la costante del film come della vita dei protagonisti, scandisce gli stati d’animo ed arriva quasi ad essere un personaggio dello stesso dramma. È fatica e soddisfazione, è vita ma anche morte.

Il dramma di Bergeon quindi riesce perfettamente nell’intento di raccontare al pubblico una parte dolorosa della sua vita, come a volersi liberare dei suoi fantasmi condividendoli con gli altri. La pellicola infatti ci regala non solo una toccante storia contadina ma vere e tangibili emozioni, arrivando a quel coinvolgimento tipico di una grande opera. Con la dedica finale alla madre e alla sorella Bergeon chiude il suo cerchio familiare, che si riversa nel più grande contesto contadino con la frase, nel finale del film, “in Francia ogni due giorni un agricoltore si toglie la vita”. Iperrealistico e delicatamente drammatico, “Nel nome della Terra” porta in scena un mondo che troppo spesso viene dimenticato.

 

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