Grazie a Movies Inspired, quest’estate tornano sul grande schermo in versione restaurata diverse opere d’autore, che noi vi consigliamo di tutto cuore di non perdervi.
Le prime tre escono il 16 luglio: tre film potenti da godere in silenzio nella loro miglior dimensione, quella della sala cinematografica. 

Dead Man (1995), di Jim Jarmusch

Dead_man_Jarmush_Movie_InspiredDead Man è un western lineare nell’andamento eppure atipico, scanzonato, a tratti grottesco, che mentre ci intrattiene ci interpella sul ruolo della Poesia. 

L’impacciato William Blake (un Johnny Depp in fieri tra le maschere del mani-di-forbice e del gangster), giunto su invito in un operoso e ostile villaggio per lavorare come contabile, scopre che la posizione è stata assegnata ad altri. Confuso e senza risorse, scampa a un omicidio passionale e, con nel petto una pallottola lentamente mortale, fugge verso l’ignoto nel selvaggio West. Lo raccoglie un nativo americano (Gary Farmer) che, curatolo, ritiene che si tratti di una reincarnazione del grande artista e poeta omonimo, la cui anima deve essere ritraghettata nell’aldilà.

La costruzione d’autore firmata Jarmusch (tornato sulla Poesia anche di recente con l’ottimo Paterson, 2016) è evidente nell’illustrazione dello straniamento, dello scollamento tra la realtà vera e quella supposta – nel doppio sistema estetico e dei personaggi.

Nel decennio del cinema dai colori squillanti, Jarmusch sceglie il bianco e nero per scoraggiare le attese del pubblico di fronte alle facili suggestioni di un film di genere e sovvertirne i topoi. In Dead Man, i sempreverdi riempiono lo spazio e cancellano la linea vuota dell’orizzonte; l’ampia profondità di campo elimina le facili gerarchie di senso; e incontriamo personaggi inadeguati o eccessivi rispetto alla loro funzione (in questo senso, un Iggy Pop cacciatore di opossum in abiti femminili è il più normale).

Depp-Blake, nella sua apparizione fuori posto, sembra aver sbagliato tempistica non solo sull’arrivo a lavoro, ma anche sulle epoche storiche. In principio ci si domanda se non si tratti di un Buster Keaton che, sotto mentite spoglie, tra i meccanismi ritmici del treno e dell’officina in cui viene deriso, stia per combinare qualche guaio e finire con il prendersi addosso l’intera facciata del Saloon.

Dead Man mette in scena un non-eroe che, invece di scoprire il vero se stesso nel viaggio e aprirsi alla vita, si marginalizza ulteriormente finendo con l’identificarsi davvero con il Blake artista, alienazione che tuttavia lo trasforma in un assassino. Il suo è un Poeta che, mentre muore, agisce e compare sempre a sproposito. Che sorte potrà avere?

Perché (ri)vedere Dead Man in sala? 

Perché sembra nato oggi; e per lasciarci traghettare, cullati dalle note appositamente composte da Neil Young, fino allo splendido finale allucinogeno in cui Depp, già prima di Paura e delirio a Las Vegas, compie l’esperienza extra-corporea più importante: l’accettazione della Morte. 

A non morire è la domanda, che riecheggia tra gli abeti e insiste nei morsi del pejote: c’è ancora posto per la Poesia?

Crash (1996), di David Cronenberg

Basato sull’omonimo romanzo di J. G. Ballard del 1973, Crash è un’opera estrema, dannata, notturna e senza possibilità di redenzione. Un film ipnotico e telegenico, a tratti disturbante, ancora – e per sempre – pulsante di vita e di disagio.

Girato nei toni del blu e di un giallo posticcio e malsano, ci immerge in un universo grigio e disumanizzato, dove il protagonista (James Spader) si diletta a spiare con il binocolo gli svincoli della superstrada, come da una Finestra sul Cortile in cui qualcosa è andato male. L’unico passatempo ancora in grado di far vibrare corpi e animi dei personaggi, senza però rivelarne loro il vero perché (sarebbe impietoso), è dato dal correre con le auto ricercando lo scontro. Crash, dunque, come climax del piacere; come “fertilità, non tragedia.

Inseguirsi in velocità è corteggiarsi; il tamponamento è un flirt; il rito dell’autolavaggio diventa la scenografia migliore per gli amplessi. In Crash eros e thanatos si fondono, prima che tre anni più tardi il nichilismo al cinema diventi assoluto con Fight Club.

Solo Cronenberg poteva girare una pellicola del genere e renderla immortale. Soprattutto dopo i suoi La Mosca e Videodrome, ritroviamo la sua indagine sui freaks, sul voyeurismo, sui corpi ibridati con la tecnologia, sull’espansione delle possibilità umane e sulla catastrofe, in “una benigna psicopatologia che ci chiama a sé”.

Crash è anche una potente metafora sul cinema, in un gioco di specchi in cui sotto le lunghe ciglia di James Spader (che interpreta un produttore chiamato proprio Ballard) c’è il nostro sguardo di spettatori, sguardo sempre solo di scoperta o di godimento e dunque, sotto la cenere delle apparenze, nonostante tutto ancora vivo. Il personaggio di Vaughan (Elias Koteas) che per passione ricrea clandestinamente gli incidenti famosi di Hollywood a rischio della propria vita, incarna il Regista assoluto (e che si vuole possedere): colui che guida il tutto e cerca l’Arte anche morbosamente, ma che in macchina con sé ha pur sempre bisogno del suo pubblico, a cui talvolta lasciare il volante.

Che destino avranno questi personaggi? È sufficiente l’ultima eloquente carrellata all’indietro per farci dire da Cronenberg che possiamo pure giudicarli, ma che a loro non frega niente. 

Perché (ri)vedere Crash oggi? 

Per ragionare sui meccanismi di creazione, fruizione ed erotizzazione. Perché rimane un’esperienza più forte della maggior parte di ciò che circola oggi in sala. Perché forse oggi un film tanto audace (che proprio in virtù di questo fu premiato a Cannes) affiderebbe il suo fattore di rischio direttamente a Netflix. 

Control (2007), di Anton Corbijn

Ed è proprio Crash di Ballard uno dei volumi accatastati sullo scaffale di Ian Curtis, il compianto leader del gruppo cult inglese Joy Division in questo biopic tratto dalla biografia scritta dalla moglie – dopo il suicidio di lui a soli 23 anni -, nel quale ripercorriamo le sue ultrarapide tappe artistiche ed esistenziali.

In Control, traspare da ogni singolo fotogramma il fatto che Corbijn, prima che un regista appena approdato al lungometraggio di fiction, sia innanzitutto un fotografo. O meglio, un eccellente fotografo e regista di videoclip e documentari musicali, ideatore dell’immaginario visivo di numerose band di successo a partire da U2 e Depeche Mode (sul cui fenomeno di culto è anche la sua ultima fatica per il cinema, il bellissimo documentario Spirits in the Forest del 2019).

Qui la composizione dell’immagine, sempre in bianco e nero, è il suo primo interesse attorno al quale si costituiscono le scene. Pare sempre di trovarsi a una mostra di fotografie d’epoca in movimento, fatte di linee, di volumi, di luci create ad arte. Strano, in un film che parla di musica? Forse, ma il regista vuole mettere in atto quel Control che manca al suo personaggio, per riparare l’equilibrio mancante tra vita e arte e lasciare emergere luminosa e lampante un’eredità musicale ancora – e forse più che mai – sul pezzo, a 40 anni dalla morte di Curtis.

Corbijn opera dunque secondo il principio della sottrazione, per il quale la perfezione si ha quando non rimane più nulla da togliere. Ci riesce? Eccome. E così anche il vero Ian ci sfugge: figura basata sul negarsi – all’amore, alla carriera, alla vita stessa. Di lui conosciamo quanto basta – le relazioni, il sentire, l’epilessia, i farmaci, la depressione – il resto è lasciato alla potente, struggente poesia dei versi delle sue canzoni (ricreate dal cast capitanato dal bravo Sam Riley, tranne i due titoli più iconici che nessuno si è sentito di profanare).

Perché (ri)vedere Control in sala? 

Per apprezzarne la purezza senza fronzoli e per respirare un po’ di quell’atmosfera fatta di note appena concluse, di sudore, di improvvisazione e di scrittura della Storia della Musica; di pavimento appiccicaticcio e cosparso di cocci, di fumo e di vita, che – tanto più in periodo di asettico e calcolato distanziamento sociale – chissà quando, e se, ritornerà. 

Da rivedere al cinema 

Con queste uscite speciali, Movies Inspired ci fa riscoprire tre inni: alla Poesia, al Cinema e alla Musica. Tre film sull’estremità della vita e della morte, sul labile equilibrio tra salvezza e rovina; con personaggi al limite, spinti di proposito o loro malgrado alla distruzione.

Tre opere preziose per gli occhi e per lo spirito.

 

Print Friendly, PDF & Email