Leggendo Jules e Jim ebbi la sensazione di trovarmi di fronte un esempio di ciò che il cinema non riusciva mai a fare: mostrare due uomini che amano la stessa donna senza che il pubblico possa fare una scelta affettiva tra questi personaggi, tanto si trova costretto ad amarli tutti e tre nella stessa misura. Ecco l’elemento, anti-selettivo, che mi toccò di più in questa storia che l’editore presentava così: Un amore puro a tre.
François Truffaut
Quest’anno Jules e Jim compie sessant’anni, ma per questo film di Truffaut il tempo sembra essersi fermato. Ci sono infatti degli amori eterni e delle pellicole senza tempo.
Il terzo lungometraggio del regista francese è tutte e due le cose: un film che sembra essere stato girato ora, che non è stato segnato dal passare degli anni e che racconta la parabola discendente di un ménage à trois. Se questo film fosse stato diretto da un altro regista, probabilmente sarebbe diventato un melodramma. La visione di François Truffaut su questo triangolo amoroso, invece, è eterea. Giocosa.
Quello che ancora oggi colpisce di questo capolavoro è la spensieratezza e la leggerezza con cui il padre della Nouvelle Vague ci racconta l’amore con la delicatezza, la misura e la dolcezza che lo contraddistinguono.
Merito delle scelte di regia, delle musiche di Georges Delerue, del montaggio, della fotografia e, senza ombra di dubbio, degli attori…
E’ impossibile immaginare Jules, Jim e Catherine interpretati da un altro cast.
Truffaut riesce a dosare ogni elemento della costruzione filmica con maestria e l’amore che lega i tre protagonisti diventa, per lui, lo spunto per raccontare l’amore universale, la vita.
All’inizio degli anni Cinquanta François Truffaut rovistava in una scatola di una libreria di seconda mano lungo la Senna. All’epoca era già critico dei Cahiers du Cinéma, ma non ancora regista. Trovò il libro semi-autobiografico Jules et Jim, scritto da Henri-Pierre Roché.
Fu colpito dalla sonorità del titolo, quella successione di “J”. Lo prese, lo lesse e se ne innamorò. Il futuro regista pensò: «Se mai un giorno riuscirò a fare film, ne farò un film». E una decina di anni dopo, nel gennaio del 1962, Jules e Jim era nelle sale cinematografiche francesi.

Jules e Jim Sinossi
Parigi, 1912. Due giovani di nazionalità diverse, il francese Jim (Henri Serre) e l’austriaco Jules (Oskar Werner), stringono una profonda amicizia basata su interessi comuni, come la passione per la poesia e l’arte. La loro vita cambia con l’arrivo della giovane e attraente Catherine (Jeanne Moreau). Una ragazza anticonformista, indipendente, passionale. Questo incontro si trasforma in un impossibile ménage à trois. Entrambi gli amici la amano, ma Jim nasconde i suoi sentimenti e Jules la sposa. I due vanno a vivere nel sud della Germania e hanno una bambina. La Prima Guerra Mondiale allontana Jim dalla coppia. Li ritroverà più avanti, molto cambiati. Sarà Jim, allora, a legarsi a Catherine.
I tre vivranno vicini e, pur di continuare a vederla, Jules accetterà la situazione. Ma questo particolare rapporto è destinato a concludersi tragicamente dopo un ventennio di memorabili emozioni condivise.
Il plot è semplice, l’amore tra i tre molto complicato.
I sentimenti si intersecano sullo sfondo della Prima Guerra Mondiale, portatrice di dolore e desolazione, che fa da spartiacque all’intera vicenda.
A discapito del titolo, la vera protagonista del film è Catherine.
Il suo ingresso in scena porta gioia e desiderio; quando non è nell’inquadratura, cala un velo di tristezza. Jeanne Moreau fu la musa ispiratrice di Truffaut. All’epoca lei era già piuttosto famosa e il regista confessò di aver lavorato molto per «de-intellettualizzarla» rispetto ai suoi precedenti film per rendere la sua recitazione «più fisica e più dinamica».

Il personaggio di Catherine demolisce completamente lo stereotipo della femminilità. Energica, intraprendente, sfacciata, vitale. La sua indole ribelle, che la spinge addirittura a tuffarsi nella Senna per protestare contro le affermazioni sessiste di Jules, fa da contraltare alla pacatezza dei due amici. Era inevitabile un’attrazione fatale tra i tre.
All’inizio, l’unione è idilliaca, il clima è disteso e spensierato. Lo sottolinea una fotografia dalla la luce brillante, quasi abbagliante. Andando avanti, aumenteranno le ombre e i contrasti, simboleggiando un incupimento della narrazione.
Anche la colonna sonora suggerisce il presagio dell’infelicità. Infatti, la musica vivace del primo atto enfatizza la spensieratezza dei tre. Con l’arrivo della Prima Guerra Mondiale sia la fotografia che la colonna sonora sottolineano la disgregazione del loro rapporto. Solo nel finale, le luci e le ombre si equivalgono ristabilendo l’equilibrio tra gioia e infelicità.
La fotografia di Raol Coutard costruisce l’ atmosfera perfetta all’interno del film. L’utilizzo esclusivo di luce naturale rende le immagini dai contorni sfumati, sfocati. Pare che lo stile quasi sfuggevole di certe scene fu ottenuto montando delle cineprese su delle biciclette.
Il film fu girato con un basso budget e una troupe piccola, di quindici persone. Il linguaggio tecnico scelto da Truffaut per raccontare il triangolo d’amore è innovativo, libero, sperimentale. Esattamente come la storia del suo film.
Oltre all’uso del bianco e nero e della luce naturale, il regista utilizza piani sequenza lunghi e lenti che seguono i personaggi. Gioca con i fermi immagine, con il montaggio e utilizza delle vere scene di guerra. Truffaut esce dalle convenzioni dell’epoca.
Questo approccio rende Jules e Jim uno dei manifesti della Nouvelle Vague.
A questa grammatica del racconto Truffaut alterna una narrazione in terza persona, scelta dettata dalla sua volontà di voler citare quasi alla lettera certi passaggi del romanzo. Il narratore fuoricampo è onnisciente e ha un ruolo fondamentale per rendere ragionevoli le decisioni prese dai personaggi. La voce off descrive emozioni e sentimenti dei protagonisti motivando il loro legame.

Era molto più bella e misteriosa di quanto avevano immaginato, la guardarono in silenzio. Ne parlarono soltanto il giorno dopo.
Narratore di Jules e JIm
Avevano mai incontrato quel sorriso?
Mai.
Cosa avrebbero fatto se lo avessero incontrato?
Lo avrebbero seguito.
Il legame tra Jules e Jim ha radici molto profonde che li porta non solo a vivere in simbiosi, ma anche a condividere l’amore per la stessa donna. Un amore potente e dannoso, perché Catherine con il suo temperamento instabile ed esuberante, li manipola. In fondo, è una prevaricatrice ed è proprio per questo che un lieto fine è impossibile in questa storia.
Soffri? E invece io non soffro più. Non bisogna soffrire tutti e due insieme: quando smetterai tu, comincerò io.
Catherine
L’arte è il propulsore dell’amore per Catherine.
Jules e Jim sono alla continua ricerca della bellezza ideale e la ragazza incarna esattamente il loro immaginario. Albert, un archeologo amico di Jules, all’inizio del film mostra loro delle diapositive. Entrambi i ragazzi restano folgorati dal sorriso fermo e tranquillo di una statua di donna recentemente scoperta. Ritrovano quel sorriso in Catherine, invitata una sera a cena con altre ragazze di passaggio a Parigi.
Quando la giovane compare per la prima volta, François Truffaut la inquadra secondo le stesse angolazioni della statua, in modo da creare un parallelismo tra lei e la scultura.

Ed è proprio il sorriso di Catherine a essere uno dei pilastri della narrazione. Il regista d’oltralpe sceglie di immortalare il suo iconico sorriso con dei fermo-immagine che bloccano nel tempo la momentanea gioia della ragazza, come una fotografia. Nel primo atto quel sorriso indica la felicità desiderata, che però è istantanea. Fuggevole. Irraggiungibile.
All’epoca il film suscitò scandalo tanto che venne proibito ai minori di 18 anni .
In Italia fu soltanto grazie all’intervento di Roberto Rossellini e Dino De Laurentiis se il film venne proiettato nelle sale.
La causa di tanto indugio, naturalmente, è legata al triangolo. Ma etichettare Jules e Jim come un semplice ménage à trois sarebbe molto riduttivo.
E’ una pellicola di grande forza innovativa che parla di sentimenti, d’amicizia profonda, di dolore. Per dirla alla Goethe, di “affinità elettive” (Truffaut inserisce nel film questo romanzo tedesco non a caso).
Jules e Jim è un inno alla vita e alla morte.
All’amore, quello che va oltre gli schemi imposti dalla società, al di là delle convenzioni e dei conformisti. Una lode alla libertà. Sia di amare chi e come si vuole sia di esprimere la propria arte come meglio si crede, esattamente come fa Truffaut.
Però oltre a rompere gli schemi, in questo film il regista guarda al passato rendendo omaggio al cinema degli anni ’10. Lo fa nella scena più memorabile del film: la corsa lungo la passerella in cui Catherine parte in anticipo, senza attendere il via. Jeanne Moreau è vestita da uomo, con un cappello in testa, un maglione largo, dei pantaloni e degli scarponcini, con i baffi disegnati sopra le labbra. Un chiaro tributo a Charlie Chaplin.
Le scene di questo film più legate al nostro immaginario sono quelle del primo atto ambientate a Parigi. Si tratta di sequenze ormai diventate immortali, le più citate nei videoclip o al cinema. Ci sono degli esempi anche nel panorama italiano. Impossibile non citare The Dreamers di Bertolucci o Dopo Mezzanotte di Davide Ferrario. Del resto, è proprio l’elemento onirico che rende questo film una pietra miliare della storia del cinema e che non farà mai smettere di sognare gli spettatori.
Jules e Jim è un sogno. Noi tutti soffriamo del lato provvisorio dei nostri amori, e questo film ci fa appunto sognare di amori eterni.
François Truffaut

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