Roma, 1944, il professore antifascista Erminio Bonafè (Georges Wilson) fugge negli Abruzzi (ancora e per sempre atavico rifugio nella ruralità) mentre le retate del regime affliggono la capitale negli ultimi mesi del conflitto. Il fanatico squadrista Primo Arcovazzi (un Ugo Tognazzi d’eccezione per il primo ruolo di culto) viene inviato a riacciuffare il latitante con la promessa di essere nominato federale, ma, a cattura ultimata, dovrà affrontare insieme al prigioniero un inaspettato e rocambolesco viaggio di ritorno e forse di redenzione.

Il classico di Luciano Salce Il federale è un film dalle prime volte (la prima colonna sonora firmata con il proprio nome da Morricone, il primo Tognazzi di spessore, tra i primissimi ruoli di Stefania Sandrelli nei panni di una ladruncola) che si è impresso nella coscienza collettiva del Bel Paese con una comicità degli equivoci, talvolta straniante, afferente a quel filone che ripercorreva con modalità agrodolci il Ventennio fascista.

Senza ricordare ulteriormente che l’Italia è l’unico degli ex regimi dell’Asse a non aver davvero fatto i conti con il periodo più buio della sua storia (causa probabilmente delle recrudescenze contemporanee), e potendo dunque permettersi già negli anni Sessanta un ritratto di un fervente fascista tanto caricaturale da indurre quasi all’indulgenza (ne è testimone anche il finale non abbastanza caustico), Il federale trova il suo nerbo politico soprattutto nella contrapposizione tra i due protagonisti.

Violenza contro indulgenza, dittatura contro libertà, ma soprattutto (e prima di tutto) ignoranza contro cultura sono i due poli opposti al centro del quale si struttura il rapporto tra Arcovazzi e Bonafè. Il tentativo di quest’ultimo di educare il primo, ricorrendo anche alle poesie del “gobbetto” di Recanati, è finalizzato infatti alla sua emancipazione da un regime che trova nel fertile terreno dell’ignoranza una nazione facile da governare e, nella peggiore delle ipotesi, carne da macello da spedire al fronte.

Non solo il personaggio di Tognazzi, ma anche l’anziana ignara della fine del primo e l’inizio del secondo conflitto mondiale o i contadini armati di minacciosi forconi che non decidono di tramutare lo strumento di lavoro in arma rivoluzionaria non sono solo espedienti comici, ma sono anche i rappresentanti di una popolazione ammansita dall’ignoranza che in un eterno ritorno nietzschiano sembra trovare degli omologhi nella società italiana (e non solo) contemporanea.

Con una classe dirigente infima che tenta ripetutamente di abbassare sotto il proprio livello l’istruzione della popolazione e la progressiva messa in discussione della realtà con fake news dilaganti sui social network e intelligenze artificiali il peggio, forse, deve ancora venire.