Nel 1912, in una cittadina della Norvegia, nasce la piccola Eva. Sua madre Ruth muore di parto e suo padre Gustav ha ormai solo lei al mondo. La bambina, però, è nata con una rara malattia che vede il suo corpo completamente ricoperto di peli. Per questo motivo suo padre inizialmente si vergogna di lei, affidandola alle cure della bambinaia Hannah, poi, con il passare degli anni, teme sempre più le reazioni che le persone possono avere alla vista della bambina. Ma è davvero la soluzione giusta isolarla dal mondo intero?

Questo è ciò che accade in The lion Woman, diretto dalla regista norvegese Vibeke Idsøe e presentato in anteprima italiana all’ottava edizione del Nordic Film Fest.

In poche parole,la storia di una persona considerata diversa, la quale faticherà non poco a trovare il proprio posto nella società. In secondo luogo, tra l’altro, abbiamo il complesso rapporto padre-figlia che, a suo modo, giocherà un ruolo fondamentale durante il percorso di crescita della bambina. Con tanto di commoventi colpi di coda.


La storia della piccola Eva è, in The lion Woman, la versione in salsa norvegese – e dai toni assai edulcorati – di The Elephant Man di David Lynch (1980), oltre che del grottesco La Donna Scimmia di Marco Ferreri (1964). Quanto edulcorata? Parecchio.

Se, infatti, il lungometraggio si apre con una serie di drammatici eventi che poco fanno sperare in un roseo futuro, ben presto – e soltanto dopo una breve conversazione con una bella donna conosciuta in una stazione termale – la vita di Eva cambierà radicalmente. Nulla di male a voler regalare a una protagonista sì particolare meritate soddisfazioni.
Peccato solo che il tutto finisce ben presto per perdere progressivamente di credibilità, con tanto di elementi lasciati in sospeso per non essere ripresi mai più (vedi, ad esempio, il rapporto tra Eva e l’amico Sparky, ingiustamente licenziato da suo padre). Se a tutto ciò aggiungiamo una fotografia quasi dai toni pastello e un commento musicale talmente onnipresente da risultare a tratti disturbante, ecco che una storia con grande potenziale come la presente finisce inevitabilmente per appiattirsi e somigliare alle numerose commedie melodrammatiche incentrate su temi come la diversità e il bullismo, ma che troppo poco a fondo scavano nella questione.

Se, inoltre, si pensa che tutto ciò è ambientato nei primi anni del Novecento e che – purtroppo – per le donne, in generale, le cose non erano poi così facili, ecco che la faccenda si fa ancor meno degna di credito.

Peccato. Soprattutto perché di potenziale ce n’era, inizialmente, davvero tanto. Basti pensare, ad esempio, anche alle brave attrici protagoniste (Aurora Lindseth-Løkka, Mathilde Thomine Storm e Ida Ursin-Holm) che, di volta in volta, hanno rappresentato Eva nel corso degli anni. La loro è una bambina dolce e aggraziata, che, malgrado il suo aspetto fisico, finisce man mano per acquisire, con il tempo, fascino ed eleganza. E con un grandissimo talento per la matematica. In poche parole, un personaggio assai ben caratterizzato, inserito in un contesto in cui uno script debole e fortemente retorico, lo ha irrimediabilmente penalizzato.

A dispetto di quanto avrebbero fatto, appunto, i buoni Lynch e Ferreri. Ma questa, ovviamente, è un’altra storia.

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