Da ormai diversi decenni a questa parte, si sa, un nome come Steven Spielberg è sinonimo di garanzia. Già, perché, di fatto, nel corso della sua lunga e prolifica carriera, il celeberrimo regista, sceneggiatore e produttore di Cincinnati ha saputo rapportarsi a ogni possibile genere cinematografico dando vita, ogni volta, a lungometraggi destinati a fare, ognuno a modo proprio, la storia del cinema.
Questo, dunque, è stato anche il caso del thriller politico The Post, realizzato nel 2017, che, sebbene rispetto ad altri lavori dell’autore statunitense sia passato quasi “in sordina”, si è comunque distinto per un’ottima qualità, sia dal punto di vista della sceneggiatura in sé, che, naturalmente, per quanto riguarda l’impeccabile messa in scena. Ma vediamo nello specifico di cosa stiamo parlando.

Ci troviamo, dunque, nel 1971, in piena Guerra del Vietnam. La pubblicazione, sul New York Times prima e sul Washington Post poi, dei Quaderni del Pentagono, documenti top secret riguardanti strategie e rapporti tra gli Stati Uniti e il Vietnam, ha causato uno scandalo non da poco. In The Post, dunque, osserviamo tutto “da dietro le quinte”, ossia proprio all’interno della redazione del Post, capitanato dalla grintosa Katharine Graham (impersonata da una sempre ottima Meryl Streep), affiancata/contrastata dal caporedattore Ben Bradlee (Tom Hanks).
Da questa intricata vicenda internazionale, dunque, ecco che prende il via un complesso discorso sulla libertà di stampa, vero fulcro del presente The Post, che si fa immediatamente estremamente urgente e attuale, senza mai risultare banale o retorico.
Particolarmente degne di nota, a tal proposito, sono proprio le figure dei due protagonisti, due personaggi diversissimi tra loro, ma entrambi straordinariamente combattivi, pronti a tutto pur di difendere, appunto, il diritto alla libertà di informazione. Con tutte le conseguenze del caso.

Steven Spielberg, dal canto suo, nel mettere in scena un episodio di fondamentale importanza per quanto riguarda la storia del giornalismo politico statunitense (e mondiale), ci ha regalato un prodotto impeccabile sotto tutti i punti di vista (perfettamente in linea, d’altronde, con il resto della sua filmografia).
Ritmi serrati, scene al cardiopalma, una tensione di fondo che si può percepire fin dai primi minuti: The Post ha tutte le carte in regola per non passare inosservato, sebbene, come già menzionato, quando si pensa all’intera carriera del regista, il presente lungometraggio non è di certo tra i primi titoli che saltano alla mente. “Colpa” di essere uscito in sala sulla scia di successi come Il Caso Spotlight (Tom McCarthy, 2015) o Truth – Il Prezzo della Verità (James Vanderbilt, 2015)? “Colpa” dell’importanza storica di altri grandi capolavori di Spielberg? Può darsi.
Eppure, durante la visione di The Post, non possiamo non apprezzare una regia composta, dove ambienti grigi e severi infondono immediatamente una certa soggezione, dove dialoghi arguti e intricate strategie ci tengono incollati allo schermo dall’inizio alla fine, dove il tutto viene ulteriormente arricchito da un ottimo cast (e pensare che, mentre ormai quasi non si contano le volte in cui Tom Hanks ha lavorato con Spielberg, questa è stata la prima diretta esperienza dell’autore con Meryl Streep).
Steven Spielberg, in poche parole, ancora una volta è riuscito a cogliere nel segno. Una vicenda risalente agli anni Settanta si è rivelata molto più attuale di quanto possiamo immaginare. E di film del genere, si sa, ne avremo sempre, costantemente bisogno.
