That’s entertainment…

Perché ci può andare proprio di tutto in uno show: è quello che cantano Joker e Harley Quinzel in Joker: Folie à Deux, mentre citano Fred Astaire, Jack Buchanan, Oscar Levant e Nanette Fabray nel musical Spettacolo di varietà (The Band Wagon) del 1953. 

Todd Phillips torna al Festival di Venezia 2024, sementando lo stesso press tour del primo Joker, che proprio qui vince il Leone d’Oro nel 2019 per poi ottenere due premi Oscar.

La pellicola vede Joaquin Phoenix tornare nei panni del protagonista, affiancato da Lady Gaga e da un cast che ritorna e qualche faccia nuova, formato da Zazie Beetz, Brendan Gleeson, Catherine Keener, Jacob Lofland, Steve Coogan, Ken Leung e Harry Lawtey.

Joker: Folie à Deux, la sinossi del sequel 

Joker: Folie à Dieux parte con un omaggio all’animazione classica di Warner Bros. (citazione che poi viene ripresa) per poi riportare il pubblico bruscamente ad Arthur Fleck (Joaquin Phoenix), che si ritrova rinchiuso in un istituto penitenziario a Gotham City, ridotto uno straccio e sotto terapia farmacologica forzata.

La storia inizia con il bisogno di capire se Fleck sia in grado di affrontare un processo, se durante gli omicidi era lucido e quali accuse aggiuntive possano essere mosse contro di lui.
Uno dei carcerieri, di nome Arkham (Brendan Gleeson), visto la buona condotta, iscrive Fleck ad un corso di musicoterapia e qui incontra Harleen Quinzel (Lady Gaga), un’altra paziente dell’ospedale psichiatrico. Tra i due scatta subito una scintilla e Harleen/Harley convince Joker a non prendere più i farmaci spingendolo ad un pazzo futuro insieme.

Phillips e Silver: Joker oltre il trucco

Su strade già intraprese, si sa, le svolte a U necessitano di prudenza maggiore. Eppure, è questa la scelta azzardata degli sceneggiatori Todd Phillips e Scott Silver per Joker: Folie à Deux. In nome di un’indagine interna al personaggio, i due sceneggiatori decidono di tornare indietro sullo sviluppo del protagonista nel primo film e limare l’exploit jokeriano.

Tra l’altro, qui si potrebbe obiettare e sostenere come in realtà Artur Fleck da Joker non se ne sia mai andato e che ci sia sempre stata la volontà di superare questa dicotomia tra bene e male, tra bianco e nero.

Non è (solo) una vittima di una personalità “split”, ma è figlio, amante, intrattenitore, sognatore, avvocato del diavolo, carnefice, quasi padre e soprattutto stressato. È un personaggio tridimensionale che si rifiuta di rimanere fermo alla maschera del trucco, che accetta questa sua parte prima di tutti gli altri, ma che non lo definisce al 100%.

E, parliamoci chiaro, i personaggi dei fumetti da sempre si prestano a mille progressi, viaggi e sviluppi, poiché sono pagine di appunti (e vignette) che possono essere trasportate e modificate in qualsiasi metaverso. Todd Phillips lo sa bene.

Joker è una miccia che prende fuoco con poco, una persona non intrinsecamente perfida ma che ha bisogno di esplodere, di farsi sentire e di essere amato per quello che è, anche nella speranza di lasciare qualcosa di buono come un figlio. 

“Col cinema si può fare proprio di tutto, perché è intrattenimento” è l’estrapolazione della ripetuta citazione a Freid Astaire, formando una delle chiavi di lettura che viene concessa allo spettatore. 

In fondo, Todd Phillips ha sempre fatto vedere quello che voleva, dai B-Movie agli Oscar; se ora ha voglia di sentimentalismi tra qualche pestaggio, perché biasimarlo? 

Nonostante ciò, non si può dare troppo torto a chi non avrebbe voluto alcun sequel o a chi lo avrebbero voluto diverso, magari meno “Gaga centrico” (non è un caso che ci sia confusione perfino sul nome del suo personaggio vista l’ombra di Harley Queen). E a proposito della popstar, Lady Gaga sa fare la pazza dal suo debutto, ma purtroppo recita meglio nei suoi videoclip.

Da solo il Joker: Folie à Deux non regge, poiché ci sono i paralleli con scene ormai entrate nell’immaginario collettivo (come quelle sulla famosa scala di Gotham City), però non è totalmente incomprensibile per coloro che non avessero visto il primo. 

Ma, nel caso si aspettasse della classica azione, bisogna accontentarsi di poco tra i vari viaggi emotivi. Inoltre, ci sono tante piccole cose che potevano essere fatte diversamente, come inserire meno parti cantate o addirittura mettere carne sul fuoco aggiungendo ulteriori canzoni. 

Innegabile, comunque, che sia un film ben confezionato, uno di quelli da vedere per lasciarsi andare alle turbe dei protagonisti. Questo grazie al pluripremiato direttore della fotografia Lawrence Sher, che sapientemente posiziona le luci per esaltare la dimensione onirica e musicale di tutto ciò che succede sullo schermo. 

Per concludere, è normale che la critica sia divisa o per lo meno confusa su cosa pensare del film, poiché è frutto di ciò che il pubblico dovrebbe provare nei confronti del personaggio stesso.
La speranza, malgrado il finale aperto, è quella che non ci sia più nulla da dire, almeno in questo universo.