Siamo ormai alla soglia della 93ª edizione degli Oscar, in attesa di scoprire chi saranno i vincitori delle tanto ambite statuette.
Poco più di un anno fa assistevamo tutti allo straordinario trionfo di Parasite, di Bong Joon-ho. Quel successo planetario, quasi inaspettato, lanciò un segnale molto eloquente riguardo ciò che sembrava a tutti gli effetti l’ascesa del cinema asiatico nel mercato mondiale.

A distanza di un anno, la storia potrebbe ripetersi.
Diretto da Lee Isaac Chung, regista statunitense d’origini sudcoreane, Minari potrebbe seguire le orme lasciate dal suo predecessore. Trattasi di un’opera nettamente differente da quella di Bong Joon-ho, ma non per questo meno pregiata.

In questo caso non si ha la pretesa di lasciare a bocca aperta, di sconvolgere o entusiasmare. Minari è il dipinto silenzioso del viaggio (fisico e spirituale) di una famiglia sudcoreana alle prese con la sua nuova vita in America. È un ritorno all’essenziale, all’acqua come fonte di ricchezza, all’energia sprigionata dalla terra. Mentre si palesano incomprensioni e conflitti, riscopriamo il valore delle tradizioni in un contesto famigliare tenuto assieme dall’affetto, ma anche dalla necessità.

Nello specifico, la storia prende luogo negli anni ottanta, dove seguiamo i passi della famiglia Yi.
Jacop, il capofamiglia, decide di trasferirsi nel cuore dell’Arkansas con sua moglie Monica e i suoi figli, inseguendo il suo sogno lavorativo che lo vede proprietario di una distesa enorme di campi da raccolto. A complicare le cose ci sarebbero le condizioni precarie di salute di suo figlio David, alle quali si aggiunge l’arrivo di Soon-ja, l’anziana mamma di Monica. Comincia a delinearsi ben presto un dilemma morale per Jacop, chiamato a scegliere tra famiglia o carriera, impossibilitato a concentrare le sue forze su ambo le cose.  

È interessante notare come, nella sua tragicità, il disegno che Minari offre del concetto di “famiglia” sia spaventosamente realistico. Vengono esaltati con grande sincerità quelli che sono i punti di forza e, al contempo, le debolezze di un nucleo famigliare: i piccoli attriti, le liti furibonde, i labili istanti d’allegria e serenità.

Altro punto a favore della pellicola di Lee Isaac Chung è la delicatezza nell’atmosfera, un’ambientazione che ti culla col brusio della natura incontaminata. Nonostante la posizione contraddittoria di Jacob, da spettatore si riesce quasi a comprendere il suo attaccamento a quella meravigliosa terra fatta di spazi ammalianti, proprio come i campi di minari, una pianta d’origine asiatica conosciuta anche come “prezzemolo giapponese”.

Pilastro portante di tutta la vicenda, la spiritualità gioca un ruolo chiave ai fini della storia. È nei meccanismi di tutte le dinamiche raccontate nel film, e fa la sua comparsa nella vita dei protagonisti nei modi più disparati. Dietro i numerosi tentativi di Jacop di cercare fonti d’acqua, così come nelle preghiere di Monica per la salute del piccolo David, si nasconde la fede nella sua forma più originale. Questa forte componente spirituale vira l’attenzioni dei protagonisti, oltre che sulla famiglia, anche sui loro singoli percorsi di vita. A questo proposito, altro tema cardine è la voglia di superare i propri limiti, noncuranti delle conseguenze in cui ci si può imbattere. Con il progredire della storia, la volontà dei protagonisti di sfidare la sorte, evadendo dalle gabbie mentali che col tempo si sono costruiti, si farà sempre più assordante.

Non c’è dubbio sul fatto che Minari parteciperà a quest’edizione degli Oscar non da comparsa, ma da protagonista. L’opera di Lee Isaac Chung dipinge il Sogno Americano con crudo realismo, ricordando più una catabasi che un’ascesa al paradiso. Nella speranza di ottenere quella vita agiata che tanto fa brillare gli occhi, la famiglia Yi corre il rischio di ledere ciò che di più caro possiede, ossia l’integrità famigliare. In un contesto in cui la tradizione viene vissuta in modo così intimo, la necessità di confrontarsi con una nuova realtà mette alla dura prova anche le anime più audaci. Il segreto, come scopriranno i protagonisti stessi, risiede nella capacità di porsi al centro fra le due sfere vitali, di coltivare i propri sogni ma tenendo stretta con una mano la propria famiglia, d’inseguire le ambizioni ma senza mai dimenticarsi della propria identità. Una lezione elementare ma che, in un mondo fatto di eccessi sempre più ostentati, fa sempre bene rispolverare di tanto in tanto.