Gomorra è una delle serie italiane più chiacchierate, che dà il La ad uno standard qualitativo per la televisione italiana moderna. La regia è collaborativa e vede come fautori Stefano Sollima, Francesca Comencini e Claudio Cupellini, che animano l’omonimo romanzo di Roberto Saviano ispirandosi ad esso liberamente, creando così il secondo adattamento delle vicende, dopo il film dallo stesso titolo diretto da Matteo Garrone

La serie inizialmente viene trasmessa su Sky e successivamente in chiaro su Rai Tre, solita conseguenza di un successo grandioso: Gomorra, infatti, conquista il “pubblico alto” per la sua fattura, ma ammalia quello generale grazie alla storia di dolore e sopravvivenza in un sistema che si morde la coda.

La storia è ambientata a Napoli, tra le vele di Scampia, che sono sotto il controllo di Don Pietro Savastano (Fortunato Cerlino), che intende passare il comando all’impreparato figlio Genny (Salvatore Esposito), su pressione della moglie Donna Imma (Maria Pia Calzone).
Tra i protagonisti figura Ciro Di Marzio (Marco D’Amore), detto l’Immortale, uno dei soldati del clan Savastano e una sorta di fratello maggiore per Genny. Peccato che vuole architettare una guerra per scalare posizioni di comando, dando via al caos.

Gomorra nell’universo degli impianti seriali crime 

Gomorra è una serie gangster, dove il tema dell’ambizione viene spinto dalla musica trap napoletana, mentre i personaggi si appoggiano a scarsi momenti di umanità tramite canzoni neomelodiche. Richiama le opere precedenti appartenenti al genere, ma installa una nuova narrazione con i propri linguaggi settoriali. 

Come anticipato, la serie Gomorra presenta una qualità visiva da grande schermo, complice sicuramente il budget derivato da una co-produzione ingente tra Sky, Cattleya, Fandango, La 7 e Beta Film. Ma il successo e i conseguenti paragoni con le migliori serie tv crime come I Soprano e con il cinema d’autore di Scorsese, sono dovuti alla qualità della storia, sia dell’opera originale e sia della sceneggiatura. 

La serializzazione, ovvero la struttura narrativa che si parcellizza tra più episodi, è uno degli approcci migliori che permette di scavare a fondo tra le luci e le ombre dei personaggi e delle loro vicende, poiché il tempo viene dilatato sul lungo termine, ma reso accattivante sul breve.

Quando questa metodologia viene applicata ad opere letterarie, il successo internazionale è riproducibile: è stato cosí per Gomorra, per Romanzo Criminale di Giancarlo De Cataldo (anch’esso diventato prima un film con la regia di Michele Placido e poi una serie), e più recentemente con L’amica geniale di Elena Ferrante.

Aggiungere, approfondire, estraniare e perfino spostare gli elementi presenti nei libri, assiste gli autori televisivi nell’ incrociare la storia orizzontale con le narrazioni verticali, per arricchire il racconto e puntare le basi per qualcosa di nuovo. Non a caso, nel 2019 viene distribuito il film L’immortale su Ciro Di Marzio, mentre nel 2026 uscirà il prequel con protagonista un giovane Pietro Savastano negli anni ’70. 

Dunque, come fatto notare dalla giornalista Antonella Napoli e dal sociologo Mario Tirino nella loro ricerca Senza pensieri. Gomorra-La serie: dal contesto produttivo alle audience della Rete, fenomenologia di un processo culturale transmediale, l’universo Gomorra rientra nella “New Italian Epic”, coniata dal collettivo italiano Wu Ming, ovvero una nuova epica tutta italiana, straniante e fatta di archetipi fossilizzati nel tempo, che lo spettatore deve temere e tenere da monito. E, si sa, se un prodotto culturale come Gomorra rientra in un genere specifico e ne diventa simbolo, allora si ha conferma del successo dell’opera, al di sopra delle critiche. 

Il fascino del male, i protagonisti di Gomorra

È palese sin dal primissimo episodio, in Gomorra non esiste la contrapposizione tra bene e male. Ci sono i fantasmi delle forze dell’ordine e bisogna scordarsi di incontrare antieroi vagamente positivi anche solo in minima percentuale.
Sono tutti personaggi meschini, sicuramente affascinanti, ma da guardare per i criminali che sono. Non c’è redenzione, ma fame e vendetta.

Considerato che la vendetta, da sola, sia un modo un po’ semplicistico di vedere le relazioni tra i personaggi, è la spinta della fame a dare un contesto ai protagonisti: alcuni hanno fame di potere e sono spinti da pura ambizione, come Ciro e il giovane camorrista Salvatore Conte (Marco Palvetti), mentre per Don Pietro, Donna Imma è uno spirito di salvaguardia dalla  fame degli altri. E poi ci sono Genny e Patrizia Santoro (Cristiana Dell’Anna), che la loro fame di potere è istigata per necessità. Infatti, appena Patrizia la lascia andare, viene uccisa. 

Questa assenza di bene, comunque, non giustifica o glorifica il male: nel video YouTube Gomorra La Serie – Interpretare il male pubblicato sul canale di Roberto Saviano, è lo stesso autore a sostenere che “non si deve tifare per i personaggi”, poiché l’obiettivo è quello di raccontare il male attraverso il male, dove la società civile non si vede. 

I rione e’ Napule non sono un “palcoscenico di cartone”

Gli episodi di Gomorra toccano le vie di una città variegata e reticolare, fatta di piú classi sociali e persone di ogni background. Seppure ci sia coscienza che non sia Napoli nella sua totalità (tanto meno dei quartieri stessi), i “rioni” di Ponticelli, San Giovanni a Teduccio, San Pietro a Patierno, Scampia, Secondigliano sono, purtroppo, l’ ambientazione perfetta per storie di questo calibro, dove il brutalismo architettonico e fatiscente viene squarciato dall’opulenza volgare dei boss.

Gomorra, dunque, non si avvale di un “palcoscenico di cartone”, ma di luoghi vissuti che sono terreno fertile per storie di dolore dove le persone vengono dimenticate, ma bisogna comunque tenere in mente che ciò che si vede è solo una piccola e teatralizzata parte. 

Gomorra, la serie tv nell’immaginario collettivo

Bevi! Tutto! Famm’ capì si me pozz’ fida’ ’e te!

– Don Pietro

La scena in cui il boss Savastano porge un bicchiere pieno della sua urina a Ciro, per testare la sua fedeltà, è puro pulp. Gomorra, infatti, ha creato un suo linguaggio sensazionalistico, che non poteva non essere parodiato: il collettivo The Jackal crea Gli effetti di Gomorra sulla gente e arriva ad intrecciare anche l’attore Fortunato Cerlino, interprete di Don Pietro. Qui la figura del camorrista e degli affiliati vengono ridicolizzate, inserendole in contesti del tutto estranei alla criminalità. 

Ma non si può parlare di Gomorra senza considerare che il suo peso nell’immaginario collettivo è legato a doppio filo con la figura professionale di Roberto Saviano, sotto scorta perenne per il vaso di pandora che ha scoperchiato e che continua a svuotare, intrecciando la sua via perfino con quella di politici di punta. Inoltre, il giornalista e scrittore aggiunge materiale negli anni, pubblicando interviste, dialoghi con i protagonisti della serie e documentari.

Perché vedere Gomorra?

Gomorra merita visione se si è amanti del genere gangster, poiché si può fruire di una serie tv con archetipi nuovi e meno umani, che danno una verve diversa alla storia. È appassionante, ma brutale per lo spettatore che, sotto sotto, spera in una redenzione che non arriverà mai. 

FAQ su Gomorra – La serie 

La serie è veramente fedele ai fatti reali? 

In Gomorra ci sono scene inventate, peró la storia ricalca l’omonimo romanzo di Saviano, utilizzando nomi di finzione. 

Gli attori di Gomorra sono tutti debuttanti?

Gli interpreti principali della serie televisiva non hanno esordito con Gomorra, ma da essa hanno ricevuto una notorietà che arriva persino oltreoceano. 

Fortunato Cerlino, ad esempio, aveva recitato nelle serie rai-partenopee Un posto al sole e La squadra e, addirittura, ha un ruolo in Gomorra di Garrone. E anche Marco D’Amore, Maria Pia Calzone e Cristiana Dell’Anna avevano già carriere avviate. Salvatore Esposito, invece, ha solo una piccola parte ne Il clan dei camorristi prima di vestire i panni di Genny.