“Ci sono un gruppo di amici e un mezzo di trasporto”: non è l’inizio di una barzelletta, ma l’input di alcuni dei lavori cinematografici di Todd Phillips, regista e sceneggiatore americano cinquantenne famoso per film come Road Trip, Parto col folle e la trilogia di Una notte da leoni.

Firma anche i film Trafficanti (War Dogs) e il pluripremiato Joker con lo straordinario Joaquin Phoenix, ma sono i suoi “viaggi della speranza” ad occupare una spilla d’onore nella commedia dark americana, fatta di body gag e personaggi che fanno scelte ridicole.

Hated: GG Allin and the Murder Junkies e Frat House sono i documentari dei suoi inizi in cui ci sono le prime prove di questo tipo di racconto spudorato, volto a provocare e indignare tra buffonate punk rock e tradizioni machiste tipiche delle confraternite maschili.

Nudità, violenza, squallore e illegalità per il regista sono spesso solo un modo per esprimere un disagio generazionale e di genere più profondo. Oppure, semplicemente, i “bravi ragazzi” di Todd Phillips sono solo degli irrecuperabili idioti che si mettono in viaggio senza cautele.

Road Trip, un’ inaffidabile commedia sexy

Nel 2000, Todd Phillips scrive e gira Road Trip, la commedia su strada di cui il successo genera ben due sequel (EuroTrip e Boat Trip). Nel cast ci sono Breckin Meyer nei panni di Josh, Seann William Scott è E.L. Faldt, Paulo Costanzo è Rubin Carver e DJ Qualls interpreta Kyle Edwards. I quattro sono amici del college che intraprendono un viaggio di 2.900 km per recuperare un nastro illecito spedito per errore alla ragazza di Josh.

La storia viene raccontata dal punto di vista di Barry Manilow interpretato dalla personalità di MTV Tom Green nel suo primo ruolo cinematografico, e parla di come Josh, che esce con Tiffany (Rachel Blanchard) sin dai tempi del liceo, ha una relazione a distanza perché lui è uno studente alla Ithaca University di New York, mentre lei decide di iscriversi all’Università di Austin, in Texas. Questo porta Josh a provare attrazione per Beth (Amy Smart), una sua compagna di corso innamorata di lui. I due si avvicinano e ciò viene incriminato su video, che per sbaglio viene spedito su cassetta proprio a Tiffany. E qui inizia la corsa per recuperare il cimelio sexy. 

Considerata la natura inaffidabile del narratore probabilmente pensata dal regista per spostare l’attenzione dai fatti ed arginare le critiche, la chiave del film non sta nella trama ma risiede nei personaggi, nei loro manierismi e nei rapporti che intercorrono tra loro.

Il film punta al richiamo della sindrome del “pagliaccio della classe” che nel film è impersonata dal narratore e ciò viene rinforzato dalle scene come quella del toast, del ratto in bocca da dare al serpente e del cane che parla.

Il passato da documentarista di Todd Phillips può far pensare che questo film “post American Pie” possa essere visto come una finestra (o critica) sulle dinamiche di gruppo di amici maschi, ma potrebbe essere semplicemente il frutto di un soggetto mirato a far ridere tutti gli uomini della sala che empatizzano con l’attore Seann William Scott mentre si fa controllare la prostata.

Parto col folle, il buddy movie di Todd Phillips

Parto col folle (Due Date) è un film del 2010 diretto da Todd Phillips con Robert Downey Jr. e Zach Galifianakis, che rispettivamente vestono i panni di Peter Highman e Ethan Tremblay. 

La pellicola racconta di un viaggio su strada di due persone apparentemente agli antipodi, e che si conoscono per la prima volta: Peter Highman è un architetto che lavora ad Atlanta in procinto di ritorno a L.A. per la nascita imminente del suo primogenito. Una volta in aereo, Peter ha dei problemi con un passeggero piuttosto irritante e per vari equivoci viene scambiato per un terrorista e costretto a scendere.

Senza soldi e senza documenti, Peter vuole comunque partire e l’unico che può aiutarlo è proprio il passeggero fastidioso, che si chiama Ethan Tremblay, un aspirante attore fissato per la sitcom Due uomini e mezzo che viaggia con il proprio cane Sonny e le ceneri paterne. Comincia così il loro viaggio attraverso gli Stati Uniti, dove ogni volta in cui Ethan fa una delle sue strane cose, mette alla prova i nervi di Peter. Soldi persi, bastonate da ex veterani, un incidente stradale, sparatorie e persino dei dubbi sulla paternità di Peter sono gli espedienti che avvicinano i due, seppur sempre dopo aver superato di gran lunga la pazienza dell’architetto. 

Parto col folle (sia in italiano, sia in inglese, il titolo è un gioco di parole che già di suo fa sorridere) è un buddy movie a tutti gli effetti, poiché due personaggi dai caratteri opposti sono costretti a rimanere accanto e superare le loro diversità con tutte le conseguenze del caso. Gli attori hanno dei tempi comici buoni e la combinazione di personalità così diverse rende la dinamica divertente. Se Peter fa di tutto per sembrare disinteressato e distaccato, dall’altra c’è Ethan che sfocia nell’illegalità pur di farsi un amico, impaziente come un bambino tanto da porre quesiti personali a Peter sin da subito e anche nei momenti meno opportuni. 

Anche qui, non è tanto importante la trama (seppur sia più complessa di Road Trip), ma la dinamica che c’è tra i due, dove Ethan fa dispetti e si mette in mezzo in situazioni non di sua competenza pur di avere un amico e attirare le attenzioni, mentre Peter non riesce a lasciarsi andare e a rendersi simpatico arrivando, addirittura, a sfogarsi su un ragazzino, oltre che su Ethan.

Todd Philips porta al cinema un’operazione di “accettazione dello sfigato”, narrando la storia di uno snob che impara a conoscere e ad apprezzare “quello strano”: l’unico problema, è che sembra troppo repentino il cambio di sentimenti di Peter nei confronti di Ethan, considerato tutte le cose precedenti che sono successe. 

Una notte da leoni, la fuga dallo scontento secondo Phillips

Nel 2009 inizia la trilogia che Una notte da leoni (The Hangover), che in Italia ottiene un successo al botteghino non indifferente. Con un Golden Globe, una candidatura ai BAFTA, un premio ai Critics Choice Award e un altro all’AFI Awards, il pubblico si affeziona così tanto ai personaggi interpretati dai magistrali Bradley Cooper, Ed Helms, Zach Galifianakis e Ken Jong, da produrre non uno, ma due sequel altrettanto popolari. Di seguito, le trame riassunte di ogni capitolo. 

  • Una notte da leoni esce nel 2009 e segue quattro amici che vanno a Las Vegas per l’addio al celibato di uno di loro. Dopo una notte di festa e eccessi, si svegliano la mattina seguente senza ricordare nulla di ciò che è successo la notte precedente. Devono quindi seguire gli indizi sparsi in giro per la città per ritrovare il loro amico scomparso prima del matrimonio.
  • Il secondo capitolo è del 2011 e questa volta i quattro amici si ritrovano a Bangkok per festeggiare un altro matrimonio. Ancora una volta, dopo una notte di festa, si risvegliano con la memoria offuscata e devono risolvere i misteri della notte precedente, questa volta in una città straniera e piena di pericoli.
  • Infine, Una notte da leoni 3 del 2013, racconta come i quattro amici, per una serie di eventi sfortunati, devono tornare a Las Vegas e affrontare nuovamente tutto ciò che si erano lasciati alle spalle nel primo capitolo.

Nei viaggi dei protagonisti ci sono body gag, battute, violenza, sesso, droga e perfino story line criminali interne alla trama, che in realtà non portano da nessuna parte ma hanno solo la funzione comica di esaltare l’assurdo e di strizzare l’occhio ad un filone tipicamente gettonato al botteghino. Eppure, nella trilogia si può guardare qualcosa al di lá della commedia provocatoria: tutti e tre i film sono un tentativo di Todd Phillips di far interrogare Phil (Bradley Cooper), Stu (Ed Helms) e Alan (Zach Galifianakis) su loro stessi, spinti sia dal dialogo delle loro personalità, sia dallo scontro con la realtà dei fatti che avvengono. 

L’obiettivo principale è sicuramente quello di far ridere, ma c’è un sottotesto che spinge i personaggi di Phil e Stu ad essere cosí attratti da Alan: mentre quest’ultimo vive senza regole, gli altri due sono in qualche modo repressi o incatenati dal loro ruolo nella società.

Se Phil è più esplicito sul suo malcontento (anche se il suo malessere è più una facciata da macho tipica dei discorsi da bar), Stu nega completamente la sua ribellione, si finge super contento per la sua professione da dentista quando vorrebbe essere un medico, e sparisce nel rapporto con Melissa, dove per avere un po’ di libertà è costretto a mentire. Entrambi vorrebbero essere più felici e ingenui come Alan, anche se non sono d’accordo con la totale assenza di regole.

Appena c’è l’occasione per sfuggire alle responsabilità, godendo di piaceri, droghe e alcol, Stu e Phil seguono Alan senza pensarci troppo, fino a dimenticare tutto quello che è successo per poi cercare di rimediare alle conseguenze delle loro azioni.

Questo schema viene ripetuto in entrambi i sequel, perché per quanto ci provino, si sentono sempre un po’ insoddisfatti, sentono sempre che di là il giardino è un po’ più verde. La capacità di Alan di divertirsi in modo infantile e fraterno è ciò che manca agli altri ragazzi nelle loro vite troppo adulte. Però, paradossalmente, Alan è l’unico che migliora nei film, grazie anche alla contrapposizione con l’altro personaggio fondamentale per la trilogia, ovvero l’impulsivo e irresponsabile Leslie Chow (Ken Jeong) che, a differenza di Alan, fa le cose solo per puro egoismo.