Si consiglia l’ascolto di The Times They Are A-Changin’ di Bob Dylan durante la lettura del presente articolo
Che i tempi stessero cambiando non era un vaneggiamento nei poetici versi di Bob Dylan, ma la fattuale vivificazione del potere che questo leggendario artista aveva di intercettare e influenzare la società nella seconda metà del Novecento. Cantautore e folksinger, artista nomade e star del rock, poeta e premio Nobel, con la sua figura aliena (persino a se stesso) il menestrello di Duluth ha affascinato ogni frangia della cultura nascondendosi dietro quell’aura quasi di misterioso misticismo che ha fatto infatuare anche il cinema (oltre ai bei documentari di Scorsese, il coraggioso ritratto fattogli da Haynes in Io non sono qui).
A raccontare alle nuove generazioni la rivoluzionarietà della sua musica, ma anche la complessità dell’uomo che vi si cela, ci ha provato James Mangold che, dopo aver già approcciato la storia del folk con Quando l’amore brucia l’anima – Walk the Line, porta sul grande schermo A Complete Unknown, dal 23 gennaio al cinema.

Basato sul libro Il giorno che Bob Dylan prese la chitarra elettrica, A Complete Unknown mette in scena l’arrivo di un enigmatico Bobby Dylan (Timothée Chalamet) nel West Village, luogo nel quale il suo eccezionale talento di scrittore e cantante viene scoperto da Pete Seeger (Edward Norton).
Nel fremente panorama folk entro cui si fa lentamente strada, il giovane conosce l’amore di Sylvie Russo (Elle Fanning) e intraprende una tormentata collaborazione artistica con Joan Baez (Monica Barbaro) mentre l’arrivo della fama dirompente lo pone difronte a scelte radicali.

Attorniato da un cast eccezionale che coralmente riempie il vuoto densissimo (di silenzi infranti con frasi affilate) della figura di Dylan, Timothée Chalamet regala probabilmente la migliore interpretazione della sua (già) ricca carriera, rinunciando ai suoi sorrisetti da Millennial bello e affascinante e lavorando, invece, per sottrazione sulla mimica, sui movimenti ricurvi del corpo e soprattutto su delle performance canore che servono egregiamente le celebri composizioni del menestrello senza mai sfociare nell’effetto Tale e Quale Show (anche se la prostetica al naso usata potrebbe attirare fin troppo l’attenzione).
Se il racconto della vita straordinaria del protagonista è narrata in maniera efficace, ma alquanto convenzionale (gloria e dolore si avvicendano tra canzoni memorabili inserite armoniosamente attraverso una regia sobria), è portando il focus dal particolare al generale che A Complete Unknown si dimostra rivelatorio. Fin da subito, infatti, nel suo sudiciume politico-sociale la New York degli anni Sessanta trasmette di convesso un febbrile fermento dal basso. Quel ribollire esplode proprio nella musica folk di Bob Dylan la quale, raramente messa in scena in vasti concerti o in importanti occasioni, quanto più mostrata nella sua dimensione privata e popolare, riporta l’attenzione tutta sul significato sociale, e dunque eversivo, della sua arte.

E uno scarto ulteriore, forse il più degno di nota, si ha proprio nella scelta di concludere la parabola del cantautore che, non più popolare (leggasi del popolo) ma pop, nonostante abbia avverato il sogno di Seeger (“Il folk che arriva a tutti”), afferra la chitarra elettrica abbracciando la musica rock e, contro le sue sterminate schiere di fan desiderose di un’ennesima cantata di Mr. Tambourine Man, compie un’ennesima rivoluzione.
A ben vedere oggi, guardando il film di Mangold l’ennesima rivoluzione innescata in quel Newport Folk Festival non sembra tanto (o non solo) essere quella sventolata dai manuali della nascita del folk-rock, quanto piuttosto il desiderio e la necessità di un artista (e dell’arte tout court) di sovvertire le regole politiche, sociali ed estetiche, anche quando queste sono state precedentemente fissate da esso stesso.

Così, A Complete Unknown mediante l’affascinate figura di Bob Dylan riesce a portare all’attenzione l’urgenza di un ritorno a una creatività che prescinda dalle richieste capricciose dei fan (si vedano, a titolo d’esempio, le penose ultime stagioni de Il Trono di Spade), né tantomeno che dipenda da algoritmi onniscientemente miopi, ma che piuttosto torni a mettere il fruitore nella posizione scomoda di trovarsi qualcosa di inaspettato verso cui dover applicare un pensiero critico.
Perché per quanto si possa cercare di calibrare persino l’arte cercando di intercettare il più ampiamente possibile i gusti e le sensibilità dei fruitori,
il presente adesso
sarà il passato poi
l’ordine sta
rapidamente scomparendo
ed il primo oggi
sarà l’ultimo domani
perché i tempi stanno cambiando” e dovranno sempre cambiare.
