Paul Schrader, quest’anno, riceverà il Leone d’oro alla carriera durante la 79° edizione della mostra d’arte cinematografica di Venezia e presenta, fuori concorso, Master Gardener che rappresenta l’ultimo tassello di una sorta di trilogia – iniziata nel 2017 con First Reformed e proseguita con The card counter – che lo stesso autore definisce “sul tema di un uomo solo in una stanza”.

L’uomo solo, in Master Gardener, è Narvel Roth (Joel Edgerton), capo giardinere di Gracewood Gardens, storica tenuta di proprietà della ricca vedova Haverhill (Sigourney Weaver). Narvel è una persona taciturna e con poche esigenze che dedica le proprie giornate a prendersi meticolosamente cura degli incantevoli giardini. La sua routine spartana viene stravolta quando la signora Haverhill gli chiede di prendere come assistente la sua problematica pronipote Maya (Quintessa Swindell). L’arrivo della ragazza provoca il riaffiorare di inconfessabili segreti sepolti in un violento passato.

I temi tipici della poetica di Schrader appaiono immediatamente: Master gardener si apre con il personaggio Narvel seduto, quasi al buio, a scrivere un diario. Le parole scritte, pronunciate dalla voce fuori campo, definiscono il rigore e la precisione di Narvel nel lavoro e la sua quasi totale chiusura al mondo e agli altri. Lo sguardo dell’ottimo Joel Edgerton invece è capace di far vedere una necessità di purificazione.

Niente di nuovo quindi da quando nel 1976, Schader si affermava come sceneggiatore di Taxi Driver, però anche poco di evoluto e tanto di invecchiato: l’eroe esistenziale, tormentato e auto-esiliato tipico del regista di American gigolò, questa volta, infatti, risulta meno efficace del solito perchè i tanti tormenti che ha vissuto sono poco scandagliati e approfonditi.

Il background del protagonista infatti viene mostrato attraverso pochi flashback e dei tatuaggi nazisti sulla schiena, il bisogno di perdono è quasi tutto affidato all’interpretazione di Joel Edgerton e al lavoro di giardiniere inteso come un mettere ordine, seppur fragile, al caos della natura.

Dal punto di vista registico il film prosegue sulla linea tracciata da First reformed e The card counter: esibisce una certa freddezza e un calcolato distacco che da un lato sottolineano la solitudine del protagonista, ma dall’altro rendono il film frammentato e di conseguenza per lo spettatore è difficile trovare l’immedesimazione. Master Gardener è quasi una serie quadri dove l’immagine prende il sopravvento sulla narrazione. La fotografia “spegne” i vivaci colori dei fiori e i movimenti di macchina sono pochi, lenti e usati quasi come timore.

Tutto ciò trasmette lo stato di esilio nel quale Narval si nasconde e si tormenta, però l’impressione lasciata dalla pellicola è quella di un film frettoloso, la “vendetta” auto-terapeutica di Narval arriva senza una adeguata preparazione e si risolve in pochi irruenti fotogrammi.
Sembra quasi che Schader (e tristemente bisogna essere d’accordo) sia consapevole che nel Cinema di oggi ciò che una volta veniva considerato accettabile non lo è più in favore di una pacatezza policamente più accettabile e quindi Narvel non può “godersi” la sua catarsi in una scena madre come accadeva per Travis Bickle in Taxi driver.