Cos’è che entusiasma davvero Aaron Sorkin? Gli piacciono le storie vere. Gli piacciono i protagonisti sfaccettati e complicati ma che a loro modo rimangono idealisti e sognatori. Gli piacciono i personaggi incompresi, come nei suoi lavori precedenti Mark Zuckerberg e Steve Jobs. Molly’s Game, che segna il suo debutto da regista dopo anni di solida sceneggiatura scritta per altri, si inserisce proprio nel filone di queste due pellicole.

“Tratto da una storia vera” veniamo avvisati subito all’inizio del film con Jessica Chastain, che interpreta Molly Bloom – unico nome che verrà lasciato com’è in tutta la storia per questioni di privacy, gli altri saranno modificati e/o camuffati.
Molly, originaria del Colorado, è un’ex sciatrice che per poco – un grave incidente prima e uno stupido incidente poi – non rappresenta gli Stati Uniti alle Olimpiadi; trasferitasi a Los Angeles “per ricominciare”, trova lavoro come cameriera. Da lì ottiene un impiego come segretaria di un uomo importante e con un’ascesa frutto della sua astuzia e del suo talento imprenditoriale finisce per gestire il più esclusivo gioco d’azzardo della città e, dopo una trasferta newyorchese, di tutto il Paese. Al suo tavolo siedono importanti celebrità – a rappresentarle nel film attori come Michael Cera e Chris O’Dowd – e questo la rende ancora più conosciuta “nell’ambiente”. Molly ha un solido codice morale e non intasca mai una percentuale, restando quindi nella legalità, almeno finché non si ritroverà invischiata con la mafia russa, la droga e l’alcol.

Quella di Molly è una storia fatta di alti e bassi, nel senso letterale del termine: di cadute, reali e metaforiche, ma soprattutto di come impara a rialzarsi sempre, a schiena dritta e testa alta – anche qui il confine tra significato letterale e metaforico si confonde. Quella di Molly è una storia molto americana, una parabola di rivalsa e riscatto che incontra sempre il gusto del pubblico americano, così come incontra quello di Sorkin, il quale ha dimostrato anche in tv con le serie The West Wing e The Newsroom di vedere tutti i difetti degli Stati Uniti di oggi ma allo stesso tempo di non riuscire a non amarli e a non esserne un po’ orgoglioso.
Sorkin struttura Molly’s Game – 2 ore e 20, forse un po’ troppo – utilizzando una narrazione molto verbosa e giocata su diversi piani temporali a incastro, due caratteristiche tipiche della sua scrittura sopraffina. Soprattutto quello che gli interessa è vedere il qui e ora – il rapporto fra Molly e l’avvocato interpretato da Idris Elba che cerca di capire come difenderla al meglio – in relazione ai flashback dei fatti che hanno portato al suo arresto prima e al suo (quasi) processo poi.

L’epilogo della storia di Molly Bloom sarà inaspettato eppure molto coerente con quanto detto sopra a proposito della storia molto statunitense. Se c’è un’altra cosa che Sorkin infatti ama è proprio la legislazione a stelle e strisce, nonostante le sue contraddizioni e i suoi cavilli o forse proprio per questo; dopo averla mostrata per esempio in The Social Network e nella seconda stagione di The Newsroom, utilizza nuovamente una “struttura a ritroso” per raccontare come Molly sia finita in arresto e cosa il suo avvocato difensore riuscirà a escogitare. Rispetto a Jobs e Zuckerberg però che, pur se romanzati, appaiono come persone profondamente egocentriche e egoiste, Molly risulta avere una personalità buona, con dei principi morali, frutto dell’educazione – dura, al fine di crescere una vincente – ricevuta dal padre (Kevin Costner). Un rapporto, il loro, che ricalca il cliché della tipica storia edificante d’oltreoceano. Per quanto i personaggi femminili siano sempre stati importanti per Sorkin, aver scelto una donna per il suo ultimo biopic denota un avvicinamento e adattamento al femminismo imperante attualmente a Hollywood.

Ispiratosi al libro della vera Molly Bloom “Molly’s Game: The True Story of the 26-Year-Old Woman Behind the Most Exclusive, High-Stakes Underground Poker Game in the World” e nominato sia al Golden Globe che all’Oscar per la miglior sceneggiatura, Sorkin con Molly’s Game segna un debutto alla regia incentrato quasi tutto sulla sceneggiatura, quindi forse il suo apporto registico poteva lasciare spazio a un’altra mano, a un’altra ottica, e potersi crogiolare nella cosa che sa fare meglio: scrivere. Più di tutto ad Aaron Sorkin, infatti, piacciono le parole e l’uso che se ne fa. Ogni dialogo, ogni termine è studiato nei suoi lavori e fila insieme al tutto il resto come un concerto armonioso, e Molly’s Game in questo non fa eccezione, anche se forse doveva equilibrare meglio il rapporto scrittura-regia rendendo la pellicola più fluida. Saranno proprio le parole del resto a guidare lo spettatore a fargli capire quali sono le carte vincenti nella storia di Molly Bloom.