Gabriel Garcia Marquez in Cento anni di solitudine scrisse che la memoria del cuore elimina i cattivi ricordi e magnifica quelli buoni e, grazie a questo artificio, siamo in grado di superare il passato.
Ne La Vérité, film di apertura della 76° edizione del Festival di Venezia, il nipponico Hirokazu Kore-eda sembra essersi ispirato a questa interpretazione del tempo che passa, tra ricordo e realtà, per delineare il carattere della sua protagonista. La memoria e la verità costituiscono qui i punti fissi di un universo famigliare flessuoso nei suoi incessanti distacchi e riavvicinamenti. 

La casa è quella di una celebre diva del cinema Fabienne (una strepitosa Catherine Deneuve) ormai al tramonto. In occasione della pubblicazione della sua autobiografia, dal titolo Le vérité, la figlia Lumir (Juliette Binoche) torna a Parigi con il marito (Ethan Hawke) e la figlioletta. L’incontro tra madre e figlia, a causa di alcune fantasie presenti nel libro, evolve velocemente in un confronto dove la verità viene a galla piano piano insieme ai punti di vista di due donne fortissime. La ricostruzione del passato è solo un pretesto, per entrambe. La reale esigenza è tutta racchiusa nel vincolo madre/figlia che si scontra con il binomio Fabienne/famiglia e svela un rapporto logoro, viziato dai troppi capricci da diva.

la vérité kore-edaNella sceneggiatura dello stesso Kore-eda –in cui è praticamente impossibile trovare difetti– la leggerezza e l’umorismo non mancano mai e contribuiscono a caratterizzare i personaggi e la storia donando uno spessore tutto particolare: da un lato Fabienne/Catherine Deneuve attrice troppo impegnata nell’essere meravigliosa per poter curare, anche un solo un po’, la vita aldilà dei riflettori, dall’altro Lumir/Juliette Binoche, attrice mancata e figlia quasi dimenticata che scrive sceneggiature in America. Nel mezzo c’è il loro legame ancestrale, il loro affiatarsi e respingersi, che è il punto forte del film ed è narrato attraverso un climax di sentimenti mai stucchevole. 

La Vérité, come i precedenti film di Kore-eda (tra cui il bellissimo Un affare di famiglia, vincitore della Palma d’oro a Cannes nel 2018) mantiene un rigore e una purezza stilistica sempre più rari nel cinema attuale. Con morbidezza estrema e mano ferma il regista giapponese mostra, senza inganni o trovate pirotecniche, un ritratto di famiglia schietto e semplice. Un film che rappresenta il viale del tramonto per la diva protagonista ma anche per un certo cinema. 

Kore-eda porta la sua eleganza in Europa e non si lascia contaminare dalle estetiche occidentali, piuttosto ne cita e omaggia la poesia (non solo francese) di un cinema che attraversa il Bergman di Sinfonia d’autunno (senza però l’inasprirsi in termini di conflitti famigliari) e il Bunuel di Bella di giorno (e non solo grazie a Catherine Deneuve). 

La Vérité è una perla cinematografica orientale che, nonostante l’ispirazione, mantiene la sua perfezione formale e un certo gusto asiatico. È il giusto film per tutti i timorosi di una cinematografia lontana e l’occasione per approcciarsi alla materia del cinema asiatico non di genere.

 

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