Dopo averci letteralmente conquistato con le cupe e psicologiche atmosfere di Longlegs, questa volta Osgood Perkins ci fa conoscere la faccia meno inquietante e più fatalisticamente umoristica dell’horror. Il talentuoso primogenito di Anthony Perkins (il celebre protagonista di Psycho) scrive e dirige The Monkey, una comedy horror ispirata all’omonimo racconto di Stephen King contenuto nella raccolta Skeleton Crew (in italiano Scheletri).

Per quanto il racconto di King sia indubbiamente coinvolgente e disturbante, anche l’adattamento di Perkins non è da meno, a differenza del flop diretto da Kenneth J.Berton nell’84 (The Devil’s Gift) oggi praticamente sconosciuto.

Prodotto da Black Bear International, C2 insieme ad Atomic Monster e TSC, The Monkey è distribuito da Eagle Pictures e arriva nei nostri cinema dal 20 marzo.

The Monkey: trama

Ci troviamo nel 1999, Hal e Bill Shelburn (Christian Convery) sono due fratelli gemelli di dodici anni che trovano nell’armadio di casa una curiosa scatola contenente una vecchia scimmia meccanica, appartenuta al loro padre.
Quasi subito, i due scoprono che l’apparentemente innocuo pupazzo è maledetto e che, girando la chiave posta sulla schiena, è in grado di far morire in circostanze discutibili chiunque gli stia intorno.

Dopo aver assistito alla morte della babysitter e, successivamente, della loro madre Lois (Tatiana Maslany), i fratelli Shelburn finiscono nel Maine affidati alla custodia degli zii, ma non passa molto tempo prima che la scimmia riappaia nuovamente per decretare la morte dello zio Chip (Oz Perkins). Presi dal panico Hal e Bill bloccano la scimmia all’interno della scatola e la gettano in un pozzo con la vana speranza di porre fine al problema. La vita degli Shelburn prosegue, entrambi crescono e le morti sinistre cessano per venticinque anni.

Hal, è un padre che ormai vede suo figlio Petey (Colin O’Brien) una volta all’anno, per paura che la scimmia possa prenderlo di mira, e che ha perso ogni rapporto con suo fratello.
Le morti, però, sono appena ricominciate e non passa molto prima che Hal capisca chi c’è dietro la situazione che ormai sembra sfuggita di mano.

Rullo di tamburi…la morte

The Monkey è il risultato di una riscrittura accattivante e astuta, con cui Perkins si diverte e ci diverte riportando in auge un cult letterario dell’horror contemporaneo.
Con la sua ironia tagliente, il film si allontana da quell’abusata tensione fatta di continui jumpscare, tipica dell’horror degli ultimi anni, per puntare ad un coinvolgimento più autentico e basato su una graduale percezione della paura.

Con The Monkey siamo ben lontani dal minimalismo visivo, dalla sensorialità e dagli ambienti opprimenti che avevamo incontrato in I Am the Pretty Thing That Lives in th House e in Longlegs. Tutto ciò che accade ai personaggi di The Monkey è regolato da un fatalismo che si intreccia a un delicato rapporto di causa-effetto, mentre c’è chi come Lois ne è una dimostrazione.

La madre, infatti, mette ben in chiaro l’universalità di una fine comune e nel giro di pochissimo le tocca essere vittima della scimmietta assassina, mettendoci di fronte alla morte più drammatica e disturbante di tutto il film.

The Monkey ci introduce verso le dinamiche familiari che appartengono ad Hal e Bill facendoci conoscere più nel dettaglio il contrastato rapporto tra i due.
Il primo dal temperamento più pacifico, invece il secondo più incline all’uso dell’arroganza e della forza ai danni del fratello.

Prendendo ispirazione dallo stile narrativo delle commedie anni Ottanta e Novanta, il regista si avvale della voice over e del realismo psicologico di uno dei protagonisti per generare un climax in ascesa e prepararci ad un finale fatto di morti eclatanti e scenografiche. Parliamo di uscite di scena che si caratterizzano di quella inverosimiglianza e spettacolarità che fa pensare quasi subito ai rocamboleschi trapassi mostrati nella fortunata saga di Final Destination, ma senza la galoppante adrenalina e men che meno senza la presenza del destino.

Certo, in The Monkey la scimmia dall’inquietante sorriso è colei che delibera chi vive e chi muore agitando fragorosamente la bacchette sul suo piccolo tamburo. Se nel racconto di King era sufficiente che il pupazzo desse un colpo di piatti per innescare i decessi, all’interno del suo film Perkins opta per un più vibrante e disturbante strumento a percussione.

Il motivo di tale cambiamento – secondo quanto dichiarato dallo stesso regista alla rivista inglese SFX – pare sia da attribuirsi a una questione di diritti appartenenti alla Disney per via della scimmia apparsa in Toy Story 3. Certamente questa modifica non ha per niente snaturato il film e nemmeno la diabolica antagonista che, sinonimo di una maledizione impossibile da sconfiggere, ci mantiene con i nervi a fior di pelle.

La scimmia è il centro di gravità a cui sono legati i protagonisti, insieme ai loro traumi e alle loro sofferenze passate, compresa la costante angoscia che la morte possa abbattersi su chi gli sta intorno. A questo punto come ci si salva? Forse è sufficiente buttare via la chiave…