Si consiglia l’ascolto di Blowin’ In The Wind di Bob Dylan durante la lettura del presente articolo.

Robert Allen Zimmerman, ai tempi già noto come il menestrello di Duluth, si chiedeva cantando: How many roads must a man walk down before you call him a man? Nel 2007 Todd Haynes sembra fornirgli la risposta: sei. Sei, infatti, sono le strade, le esistenze mediante la cui messa in scena il regista racconta la musica e le molte vite di Bob Dylan, il leggendario cantautore tanto amato dal cinema (basti pensare anche solo ai due meravigliosi documentari di Scorsese No Direction Home: Bob Dylan e Rolling Thunder Revue: A Bob Dylan Story by Martin Scorsese) che presto tornerà nelle sale per la regia di James Mangold in A Complete Unknown.

Arthur (Ben Whishaw), poeta intervistato, quasi posto sotto interrogatorio, che, tra citazioni a Rimbaud e a allo stesso Dylan, si barcamena pensoso tra fatalismo e vacuità della vita. Woody Guthrie (Marcus Carl Franklin), un giovane vagabondo innamorato del blues e del vero Woody Guthrie, girovaga sempre con a portata di mano la propria arma ammazza fascisti: una chitarra. Jack Rollins (Christian Bale), cantante folk reso celebre da canzoni di protesta negli anni Sessanta, diventa poi predicatore convertito al cristianesimo con il nome di John Rollins. Robbie Clark (Heath Ledger) è un attore dalla duplice vita sentimentale: da un lato il tormentato rapporto con la moglie artista, dall’altro le diverse relazioni extraconiugali sul set.

Jude Quinn (una camaleontica Cate Blanchett che per il ruolo ha meritatamente agguantato Golden Globe e Coppa Volpi), popolare folksinger, distrugge il cuore dei fan passando al rock, divenendo, così, una star controversa ed eccentrica. Infine, Billy (The Kid probabilmente, interpretato da Richard Gere) vive la sua vecchiaia nascondendosi da Pat Garrett e dalla modernità incombente.
Sei personaggi in cerca di (cant)autore – l’aveva già appellato similmente Morandini – quelli di Io non sono qui, per un’opera che alla linearità sostituisce la disgregazione, la multiprospetticità e la rifrazione in un complesso collage dal sapore cubista su cui svettano i folgoranti lacerti della Blanchett e di Gere.

Prima che i biopic musicali diventassero il nuovo grande trend cavalcato da Hollywood, Haynes costruisce una liberissima, ma fin troppo labirintica e ostica persino per gli estimatori di Dylan, rappresentazione dell’artista, riuscendo ancora a prescindere dalle imperanti tendenze che oggi, invece, sembrano imporre lo sviluppo solo di stucchevoli agiografie (Bohemian Rhapsody, Piece by Piece) o insiemi di sequenze bell’e pronte per essere estrapolate, rimaneggiate e sparate su TikTok (il pur godibile Better Man).

In tale logica, dunque, Io non sono qui rifugge l’effetto playlist, costruendo una colonna sonora di brani del menestrello mai scontata e mettendo in scena i differenti episodi attraverso stili e registri diversissimi, passando dal western, al videoclip, fino a giungere a momenti di immaginifico surrealismo (meravigliosa la sequenza sulle note di Ballad of a Thin Man e furba, ma divertente, la citazione a 8½).

Pirandello scriveva: “Quando un personaggio è nato, acquista subito una tale indipendenza anche dal suo stesso autore, che può esser da tutti immaginato in tant’altre situazioni in cui l’autore non pensò di metterlo, e acquistare anche, a volte, un significato che l’autore non si sognò mai di dargli”. Seguendo la riflessione pirandelliana, Io non sono qui ha l’eccezionale (seppur cervellotica) intuizione di scindere la complessa ed enigmatica figura di Bob Dylan, astraendola a tal punto da infonderla, animando con un soffio di vento (e qui torna Blowin’ In The Wind), nei sei diversi personaggi che da un lato tratteggiano la polisemia di cui la figura del cantautore si è impregnata durante la sua opera artistica, dall’altro specularmente ne occultano l’immagine, quell’identità che né lo spettatore, né Dylan stesso sembrano essere in grado di riunire in una dimensione univoca.
Perciò, infine, tornano utili anche le parole di Rimbaud (amato dal menestrello e citato nel film): Io è un altro.

[…] Che i tempi stessero cambiando non era un vaneggiamento nei poetici versi di Bob Dylan, ma la fattuale vivificazione del potere che questo leggendario artista aveva di intercettare e influenzare la società nella seconda metà del Novecento. Cantautore e folksinger, artista nomade e star del rock, poeta e premio Nobel, con la sua figura aliena (persino a se stesso) il menestrello di Duluth ha affascinato ogni frangia della cultura nascondendosi dietro quell’aura quasi di misterioso misticismo che ha fatto infatuare anche il cinema (oltre ai bei documentari di Scorsese, il coraggioso ritratto fattogli da Haynes in Io non sono qui). […]