Ci sono crisi umanitarie e ci sono film che sono sempre attuali: nel 1937 esce al cinema La grande illusione (La Grande Illusion) di Jean Renoir, ispirato all’omonimo saggio, di circa 30 anni prima, scritto da Norman Angel.
Nominato agli Oscar come miglior film, vanta le magnifiche interpretazioni di Pierre Fresnay, Jean Gabin, Erich von Stroheim, Marcel Dalio e Dita Parlo, icone del cinema di quei tempi.
La storia è ambientata al fronte franco-tedesco (che però non si vede mai), durante la Prima Guerra Mondiale.
Praticamente sull’onda della giusta parte della storia, Renoir e lo sceneggiatore Charles Spaak provano a diffondere un avvertimento, purtroppo vano, della guerra che verrà (e quelle che verranno).

Il fondo toccato dagli umani non viene mai mostrato nella sua interezza, non ci sono violenze esplicite eppure tra i dialoghi trapelano i danni della guerra.: il capitano di stirpe aristocratica Boëldieu e del tenente di origini umili Maréchal vengono sconfitti dall’ufficiale tedesco von Rauffenstein, uno junker prussiano (un soldato nobile). Quest’ultimo, per esternare il suo fascino, prima di mandarli in prigione li trattiene a cena, soprattutto perché è interessato dal nobile Boëldieu, anche se nemico.
I due francesi, dunque, si ritrovano al campo di prigionia Hallback nella stessa cella, insieme ad altri soldati francesi (e non solo) che hanno intenzione di scappare.
Tra loro c’è un professore, un ingegnere e un sarto ebreo e benestante di nome Rosenthal che divide il cibo che gli invia la famiglia con i suoi compagni di cella.

Quando i prigionieri stanno per scappare, vengono tutti trasferiti in diversi campi e ogni volta ci sono vari tentativi di fuga, fino a che non finiscono in un castello che si trova proprio sotto il comando di von Rauffenstein: ora l’ufficiale tedesco ha una grave lesione alla colonna vertebrale e indossa un busto metallico, ma pur di continuare a servire la Germania, accetta questo incarico.
Qui tutti i prigionieri ormai fanno fronte comune per scappare e Boëldieu assume l’incarico di distrarre le guardie tedesche. Maréchal e un altro prigioniero, l’ebreo Rosenthal, riescono a fuggire e raggiungono la fattoria della tedesca Elsa, cui la guerra ha tolto marito e fratelli. Con il suo aiuto, riusciranno a farla franca. E, in tutto questo, non mancano degli insoliti intermezzi musicali.
La grande illusione, la recensione

Jean Renoir è figlio del pittore impressionista Auguste Renoir, da cui eredita la capacità di rappresentare la realtà in tutta la sua semplicità, nonostante il bianco e nero della pellicola. Questo è solo uno dei motivi per il quale Renoir ispira tutti i grandi che vengono dopo di lui, soprattutto se parliamo di Nouvelle Vague.
Il suo è uno stile registico preciso, asciutto, con movimenti di camera mai sopra le righe. Mostra tutto per quello che è, e non è mai statico. Renoir si avvale di molte porte, di entrate e di uscite per rendere dinamico ciò che succede in scena.
La grande illusione è un’opera potente, che si avvale di più linguaggi per veicolare quanto sia forte la voglia di libertà, nonostante gli ostacoli.
Ad un film di guerra non si assocerebbero mai paillettes e lustrini, ma Renoir, con il suo omaggio al Teatro, si permette di dissentire: nella scena in cui cantano It’s a Long Way to Tipperary, il film diventa metaopera poiché viene usata la rappresentazione teatrale per unire tutti in un momento di apprezzamento per un linguaggio universale, la musica. L’intera esibizione è un gioco, un inno alla libertà. Rendere così frivola una canzone cantata dai soldati britannici in marcia è sovversivo, senza farlo sembrare davvero tale.

Questa scena è una di quelle che maggiormente imposta il tono del film, che pur essendo una pellicola di guerra, non si rassegna a voler mettere su pellicola solo puro e crudo dolore. L’intrattenimento è una parte cruciale della guerra, e soprattutto è vera, realista. Pensare che ció non esista nemmeno nei tempi più bui, è un’ingenuità.
Tocco di classe per la sceneggiatura quando, all’improvviso, si spogliano delle loro parrucche e cantano La Marsigliese, tornando molto seri. È un po’ una metafora di come certe situazioni possono coesistere.
E poi non si può negare come Renoir abbia anticipato di anni certi temi come come il travestitismo, rendendoli normalissimi, naturali perfino nei contesti più ostici.
Insomma, in questo film si possono leggere i dubbi che sorgono sul perché si faccia la guerra, affrontandola da più punti di vista. In primis, c’è una contrapposizione sul visionare la guerra come “rituale antico” o “servizio della patria”, impersonificati rispettivamente da von Rauffenstein e Boëldieu. La scena del loro addio sottolinea questa cosa, ma ne dà anche una soluzione: sul letto di morte, l’ufficiale tedesco chiede perdono al francese, ma quest’ultimo gli dice che avrebbe fatto la stessa cosa perché “il dovere è il dovere”.
Nel dialogo si percepisce quanto non avessero compreso davvero che la guerra facesse così male, poiché annebbiati dai loro privilegi, ma dopo l’ultimo respiro di Boëldieu, von Rauffenstein capisce finalmente che c’è qualcosa che non va in tutto questo, così recide il geranio che tanto custodiva, che nel linguaggio dei fiori è simbolo di bellezza e umanità. L’ufficiale tedesco non viene più illuso dalla guerra, racconta come veicolo di molti prestigi, quando porta solo morte.

Questa coppia di nobili, durante il film, è in contrasto con i personaggi popolani Maréchal e Rosenthal, che invece percepiscono la guerra come insensata. E loro due, con questa posizione, sono quelli che davvero si salveranno.
Per concludere, film come questo hanno solo un difetto, comprensibile per l’epoca: tale discorso non vale per le scene teatrali, ovviamente, ma in generale sembra che ci sia una colonna sonora di descrizione leggermente imponente, che detta la lettura di ciò che avviene, quando in alcuni momenti sarebbe bello veder respirare (e sentire bene) le interpretazioni degli attori e le loro battute. Questa mancanza si percepisce soprattutto nella scena in cui von Rauffenstein e Boëldieu parlano delle loro visioni diverse sulla guerra e quello che verrà, poiché il sonoro di sottofondo tende a sovrastare tutto. Ed in una scena così, è un po’ un peccato: per fortuna il talento degli attori Pierre Fresnay e Erich von Stroheim, che con il loro corpo e le loro espressioni rendono comprensibili le interessanti differenze tra i due personaggi.
Se siete poliglotti, è possibile recuperare La grande illusione su Dailymotion in lingua originale con sottotitoli spagnoli.
