Charlot, non v’è uomo che sia di te più triste, lo so.
Umberto Saba, poesia dedicata a La Febbre dell’Oro pubblicata su Fiera Letteraria (10 aprile 1927)
26 giugno 2025 questa la data dell’anniversario del grande film La febbre dell’oro di Charlie Chaplin. Il Festival di Cannes del 2025 gli ha reso omaggio, riproponendolo nel giorno di aperura dell’evento in una nuova versione restaurata.

Dal restauro in 4K della Fondazione Cineteca di Bologna al grande schermo del festival cinematografico francese
Il restauro di una pellicola cinematografica è senza dubbio un lavoro lungo e complesso. Il laboratorio L’Immagine Ritrovata (della Fondazione Cineteca di Bologna) è specializzato in questo. Punto di riferimento internazionale, anche La febbre dell’oro è passata sotto le loro mani, dove combinando la ricostruzione di Kevin Brownlow e David Gills (Photoplay Productions) con vari documenti d’archivio, sono riusciti a realizzare il film che uscirà prossimamente in tutte le sale, provando a farci rivivere l’emozione del 1925 al Grauman’s Egyptian Theatre di Hollywood durante la première.

Da La febbre dell’oro all’epidemia di Charlie Chaplin
Ormai è ben nota a tutti la trama e la genesi dell’opera. Iniziata nella primavera del 1924, la lavorazione di La febbre dell’oro durò quattordici mesi tra le riprese sulle montagne nevose del Nevada e sui set costruiti ad hoc con montagne di gesso e neve di sale. Chaplin sembra aver messo insieme degli eventi tragici realmente accaduti ― tratti dalla corsa all’oro del Klondike di fine Ottocento ― per realizzare la sua commedia.

Inizialmente muto, la seconda versione del 1942 vede l’aggiunta di una traccia sonora orchestrale e la sostituzione degli intertitoli con la sua voce narrante (cambiamento non accettato e non visto molto bene da alcuni critici cinematografici e registi come Pietro Bianchi e Michelangelo Antonioni).

Nel libro ormai un po’ datato e da collezione Charlie Chaplin: La mia autobiografia del 1964 della Mondadori, viene raccontato come lo stesso autore pensi che in faccia alle difficoltà bisogni ridere per non impazzire; come di fronte all’impotenza che abbiamo contro le forze della natura, la chiave per non rimanerne schiacciati sia abbracciare la sfida trasformandola in momenti di leggerezza.
Emblematica è la scena dove il personaggio immaginario di Chaplin, Charlot insieme a Giacomone (Mack Swain) mangiano uno scarpone per placare i morsi della fame (forse non tutti sanno che gli scarponi e i lacci erano stati fatti con la liquirizia).
Come critica cinematografica, una domanda che mi sorge spontanea riguarda proprio l’attualità di questa commedia. Nonostante sia stata realizzata un secolo fa, ed essendo oggigiorno un periodo di sovraesposizione alle informazioni raccontate sempre più in maniera apocalittica, ritengo che Charlie Chaplin con le sue commedie riesca tuttora a temperare le paure dell’uomo, strappandoci un genuino sorriso. Un’epidemia che evidentemente ha continuato a contagiarci per cento anni!
Come Charlie Chaplin non avrebbe pubblicizzato l’edizione restaurata
Facendo un po’ di ricerca su questo punto, il Charlie Chaplin Archive ha dedicato un articolo all’uso della fotografia e della stampa per la promozione dei film del regista, con particolare riferimento a Il grande dittatore (disponibile qui). Interessante è vedere come Chaplin non facesse mai fotografare le scene migliori per non svelare e non distruggere l’effetto sorpresa delle migliori gag.
Dello stesso avviso però, non siamo stati né noi né la sezione stampa del Festival di Cannes, che nell’articolo che ha dedicato al film, ha inserito proprio un video con la gag della danza dei panini. Che sia per omaggio o per divulgazione, certamente il nostro amato Charlie Chaplin non sarebbe stato d’accordo!

