Desiré è un film di 99 minuti del regista Mario Vezza, da una sceneggiatura di Mario Vezza e Fabrizio Nardi con la collaborazione di Maurizio Braucci, presentato come lungometraggio partecipante alla sezione del Concorso lungometraggi opere prime e seconde italiane 2024 all’Ortigia film Festival. La proiezione è avvenuta l’11 di luglio come anteprima regionale.
Desiré, trama: quando la realtà non è lontana dalla finzione letteraria

Desiré (Nassiratou Zanre) ha sedici anni, è senegalese e vive con la madre a Napoli.
Con sé ha uno scooter con cui si sposta nelle strade della periferia. Una notte, Emanuele (Giuseppe Auriemma), un suo coetaneo di cui è innamorata, la convince per conto della malavita locale a fare da corriere: consegnare uno zaino in un luogo specifico della città.
I due però, incoscientemente affascinati dai soldi, si imbattono in una volante della polizia che arresta Desiré non prima però che riesca a nascondere lo zaino. Emanuele di contro riesce a scappare. Ad aggravare la posizione di Desiré è una piccola quantità di eroina che viene trovata nella sella dello scooter, dose che doveva andare alla madre della ragazza tossicodipendente.
Desiré viene portata al penitenziario minorile di Nisida, destinata a due anni di reclusione. Qui inizia il percorso di ascesa interiore della giovane. A spronarla oltre il rapporto controverso con le altre detenute è l’amicizia con Carmine (Enrico Lo Verso), l’educatore del laboratorio di teatro che mette su uno spettacolo rifacendosi all’Amleto shakespeariano. Nel frattempo, la malavita cerca lo zaino e Desiré ha paura per la sua famiglia.

«Il film mostra con gli occhi della protagonista la vita reale ed il sogno: Desiré urla, ma vorrebbe cantare e non lo sa.»
Questa nota di regia di Mario Vezza racchiude molto bene il senso finale del film. Una ragazza di sedici anni, che senza esempi positivi nella propria vita sbaglia e cade, ma riesce con le unghie a rimanere aggrappata alla vita, mettendo insieme i pezzi che riescono a definire la sua identità frame dopo frame.
La visione registica del progetto si fonda sulla narrazione drammaturgica e visiva di tipo iperrealista: c’è una profonda mimesi della realtà dei quartieri periferici di Napoli anche se non ci sono riferimenti diretti a luoghi precisi. È un racconto ambientato nella città partenopea ma che può rimbombare in qualsiasi città, poiché la ricerca dell’identità in fondo è un tema comune a tutti gli uomini.
Gli attori del lungometraggio sono un miscuglio tra professionisti ed esordienti. Le scene cardine del film sono pensate, riflessive e lente con l’uso di poche battute e brevi. Mario Vezza fa riferimento all’uso del linguaggio: si passa dal napoletano, al francese, all’italiano rimarcando in più punti del film come questa ricchezza linguistica rappresenti in un primo momento un senso di disorientamento della giovane per poi strutturarsi diversamente nel corso del lungometraggio.

È evidente anche come l’educazione sia essenziale: per le giovani del carcere studiare teatro è un modo per conoscersi più di quanto possano credere. Attraverso inquadrature strette, primissimi piani e dettagli collegati tra loro da piani-sequenza medio lunghi, si tiene conto del tempo delle azioni. Lo spettatore infatti, vive con Desiré questo processo di crescita. È chiamato alla riflessione su di sé e su ciò che lo circonda, in una intima discussione tra il dentro e il fuori.
Amleto: non una scelta casuale
Carmine sceglie di far mettere in scena l’Amleto di William Shakespeare. Questa potrebbe sembrare una scelta casuale, tuttavia non è così. Amleto infatti, viene interpretato proprio da Desiré, e nonostante nel film non venga esplicitato apertamente, Amleto condivide la condizione con la ragazza. Il celebre dubbio del vivere soffrendo (essere) o ribellarsi rischiando di morire (non essere) è quella catena che impedisce al principe di Danimarca di prendere iniziativa. Desiré però saprà prendere una posizione.
