Maxxxine, ultimo capitolo della trilogia horror firmata da Ti West inaugurata con il sorprendente X: A Sexy Horror Story e proseguita a ritroso con lo splendido prequel Pearl, arriva nelle sale italiane il 21 agosto per concludere la travagliata evoluzione a tinte splatter dell’omonima “beniamina”.

Il primo folgorante film, che ben presto aveva realizzato il sogno delle luci della ribalta tanto del regista (dimostratosi già ampiamente agile nelle atmosfere orrorifiche con i progetti precedenti), quanto dell’eccezionale final girl Mia Goth (volto indimenticabile risultato poi perfetto nel cinema di genere), dispiegava un complesso ed esuberante citazionismo (anche) metacinematografico che sarebbe diventato distintivo della saga.

Mettendo in scena il massacro di una troupe di attori pornografici durante le riprese in una fattoria texana per mano di Pearl (sempre interpretata dalla Goth), l’anziana proprietaria dagli appetiti sessuali mai sopiti, West rinfrescava il genere slasher con uno spirito da B-movie tra la fotografia sporca anni Settanta, gli split screen e l’omaggio (non celato) a cult quali Non aprite quella porta, Shining e Psyco.

Realizzato back-to-back, viene distribuito dopo pochi mesi Pearl, prequel che svela il macabro passato dell’anziana killer mentre attendeva il ritorno di suo marito dalla Prima guerra mondiale.

Raggiungendo qui i più disturbanti risultati, l’autore coniuga squisitamente la brillantezza fotografica richiamante il Technicolor de Il mago di Oz (citato nella danza con lo spaventapasseri che, nell’amplesso finale, risulta essere definitivamente la migliore scena della trilogia) con le tonalità horror del primo capitolo.

Se, dunque, le prime due pellicole esibivano un perfetto pastiche citazionistico e metacinematografico, tra il bigottismo di una certa America retrograda e, di convesso, l’inseguimento sfrenato e psicotico del sogno americano (piacere puramente egotico) delle frange più giovani, immersi nella violenza, nel sesso, nella droga e nel Rock and roll, la più naturale conseguenza era terminare l’epopea di Maxine nelle simulacrali vie di Hollywood.

Realizzato tempo dopo i precedenti e, perciò, beneficiario già della fama (e dei conseguenti maggiori finanziamenti) di quest’ultimi, dopo la parentesi di Pearl, Maxxxine raccoglie le fila del primo capitolo tornando a mostrare l’ascesa di Maxine Minx la quale, dopo esser sfuggita come unico superstite al massacro in Texas, cerca di realizzare il suo sogno americano: sfondare nell’industria cinematografica.

Un ruolo in un piccolo film horror sembra avvicinarla al suo obiettivo, ma a ostacolarla non solo subentra il trauma degli avvenimenti nella fattoria, ma anche l’ombra di Night Stalker, un serial killer che, con l’aiuto dello spregiudicato detective Labat (un losco e ripugnante Kevin Bacon), perseguita la ragazza.

La grande freschezza nel rivisitare lo slasher che contraddistingueva i primi due capitoli di Ti West era la risultante del motto, esplicitato metanarrativamente in Maxxxine, di avere l’anima da B-movie, ma la realizzazione di un grande film hollywoodiano. Dunque, all’apparenza, anche nel terzo capitolo le atmosfere anni Ottanta (che, purtroppo per West, dopo quasi un decennio dalla moda Stranger Things cominciano ad annoiare) sono fatte vibrare da una colonna sonora al contempo energica e tensiva, mentre la regia esuberante dissemina nuovamente un citazionismo ricco di easter egg (il più “spassoso” è forse il Buster Keaton stupratore) in cui le sequenze gore non mancano di mordente (ancora Keaton), seppur risultino abbastanza contingentate.

Ma a cedere sotto il giogo proprio del mainstream hollywoodiano è soprattutto a causa di una più generalizzata standardizzazione della formula che non turba più. La ricercatezza stilistica non manca, alcune scene memorabili neanche, ma c’è un’accondiscendenza (assente precedentemente) verso alcune superficiali tendenze woke, così come è addolcita la riflessione sulla tossicità della ricerca ossessiva della fama, della bellezza giovanile come valore intrinseco, su cui si giocava tutto il rapporto di riflessi e rispecchiamenti tra Maxine e Pearl.

La figura che accomuna entrambe le protagoniste (di cui rimarrà senz’altro l’iconicità grazie a tre straordinarie performance di Mia Goth), triste nel castrante passato, ma anche dallo sguardo terrificante nel destino quasi dedalico che sembra leggerglisi dentro, in Maxxxine si tramuta più tradizionalmente in una beniamina (questa volta senza virgolette) che, infine, ce la fa.

Ti West non sbaglia nulla, è tutto tiepidamente al suo posto seguendo una ricetta da lui stesso elaborata nei precedenti, ma ora la chimera delle luci della ribalta (simbolo della ricerca di quel quarto d’ora di celebrità per ciascuno preconizzato da Warhol per il nostro presente di social network) non è più incubatrice di mostuosità.

Credo che, al netto del sadismo che potrebbe essere recriminato a tale critica, ci si aspettasse anche per Maxine un finale altrettanto brutale come quello di Pearl, e non un lieto fine che sembra trasfigurare filmicamente la carriera di West/Goth secondo la buona stella di La la land.