La 21esima edizione del Biografilm di Bologna ospiterà l’anteprima italiana del documentario Canone Effimero, dei fratelli Gianluca e Massimiliano De Serio.
Il film è già stato presentato a Berlino, in occasione della 75esima edizione del Festival, ricevendo un’accoglienza calorosa e un prestigioso riconoscimento da parte della giuria.

Con questo film i registi sono riusciti a trasportarci in modo magistrale in un altro tempo e spazio, un luogo di meraviglie cinematografiche dove le voci ancestrali resistono e trascendono le bende che oscurano i nostri tempi.

Menzione della giuria della Berlinale 2025 per il Documentary Award

Il ritratto di Canone Effimero

Mescolando performance e autobiografia, i protagonisti di Canone Effimero testimoniano
culture che sono ancora vive e sentono l’urgenza di essere trasmesse, di non essere abbandonate e dimenticate. Volti e corpi, mani, strumenti di lavoro, fotografie di famiglia,
voci sussurrate viste da vicino: sono schegge di storie personali e collettive, amori e
abbandoni, viaggi e ritorni dell’entroterra italiano.

Dalla lira calabrese alle voci dei Monti Nebrodi in Sicilia, fino al polivocale Arbëreshë.
Canone Effimero è un viaggio. È una costruzione della memoria collettiva, basata su ciò che da sempre contraddistingue l’uomo: il racconto di storie.

L’intervista a Gianluca e Massimiliano De Serio

Noi di Cabiria Magazine siamo riusciti a incontrare i due registi, Gianluca e Massimiliano, e a porgli qualche domanda sul loro ultimo documentario.

Qual è stato il vostro punto di partenza per questo documentario?

Il punto di partenza sono le nostre origini lucano/pugliesi. Poi siamo risaliti verso nord. Noi siamo abituati a collegare il canto alla sfera del diletto, ma il canto ha avuto sempre un carattere sociale. Per esempio, di descrizione della vita, positiva e negativa, come nel caso della morte. Questa è la partenza, che poi si è diramata in modo diverso, luogo per luogo, tema per tema. In Calabria, ad esempio, ci siamo imbattuti in un gruppo di ragazzi tra i venti e i trent’anni che stanno recuperando i canti di lavoro della trebbiatura. Durante le riprese, uno dei ragazzi ha subito un lutto e non poteva più cantare, per rispetto del defunto, per circa tre mesi e tutti i “compari” — perché così si chiamano — con lui. Abbiamo cancellato le scene, ma conservato delle riprese incredibili.

L’idea del film di per sé viene da una trilogia precedente risalente al 2006 — che non ha visto quasi nessuno nel mondo del cinema — dedicato ai rapper. Tre film improvvisati, dove abbiamo cambiato le regole del freestyle perché arrivassero a parlare delle loro vite. Uno dei protagonisti è stato Shade, l’altro Rew, oggi famosi. Abbiamo recuperato quell’idea e ci siamo chiesti cosa oggi potesse essere altrettanto libero e codificato come il rap.

Come mai il film è stato intitolato Canone Effimero?

L’idea di questo titolo è arrivato durante il montaggio, cercando di racchiudere le sensazioni ambivalenti che abbiamo provato durante questi incontri, presentati nel film. Da un lato, la sensazione di stare di fronte a un linguaggio con dei suoi codici specifici e degli insegnamenti; dall’altro, la consapevolezza che tutto quello che stavamo vivendo era destinato a scomparire. La tensione tra il canone — che ha sì delle radici nella musicologia, ma che lo abbiamo inteso più in termini filosofici, come un insieme di esortazioni, di norme, di codici che sono pilastri a cui appigliarsi — e l’effimero, la caducità della vita: un lato biologico o come le architetture barocche costruite un attimo prima e distrutte non appena usate per la loro funzione.

Si voleva trovare un titolo che risolvesse l’ossimoro. Da una parte, costruire, come si fa con i documentari, cioè instaurando un dialogo con la vita e il tempo che passa; e dall’altra arricchire la memoria. Queste persone ci sfuggono. Come abbiamo fatto negli ultimi film, abbiamo cercato di raccontare la vita di qualcuno, ma ci siamo anche posti delle domande, soprattutto dal punto di vista etico: chi siamo noi per raccontare la loro vita, quando, alla fine, né loro né noi sappiamo chi siamo? L’idea è di fermare qualcosa che ci sfugge davanti. Per esempio, tre persone che hanno partecipato al film non ci sono più. Per noi significa tanto, perché forse quello che abbiamo cercato di fare è stato quello di ricordare queste persone per sempre. Un omaggio.

Il film è basato molto sui racconti orali e il tramandare delle tradizioni alle nuove generazioni. Giustamente, avete posto nel titolo il carattere di caducità di queste. Vi siete mai posti il problema del fatto che quello che vi venisse raccontato fosse riformulato, non essendo la memoria un freddo registratore?

Il film non è solo sulle tradizioni, ma anche sulle tradizioni. Ci sono molti protagonisti che non perseguono nessuna tradizione, nel senso accademico del termine. Un esempio: Marco Meo, costruttore di tamburelli nelle Marche, in una zona terremotata, che vive ancora in una casa provvisoria dal 2016. Noi ci aspettavamo che ci cantasse dei canti della tradizione marchigiana, ma non è stato così. Approfondendo, abbiamo scoperto che Marco aveva ereditato delle canzoni di suo nonno partigiano, che, durante la Resistenza aveva rielaborato — a partire dalle canzonette degli anni Quaranta — delle canzoni di lotta. Questa cosa, che non è una tradizione, per noi era importante e meritava di essere “storicizzata” in qualche modo. Quello che è tradizione non è solo quello che si studia nei libri o viene codificato, ma anche quello che passa, ma non resta. Siamo dei registi che si imbattono nelle persone e vogliono parlare di queste, lontano dall’approccio accademico.

Il reinventare le tradizioni è una cosa straordinaria, perché ci dice che questo mondo sotterraneo non è qualcosa di morto o cristallizzato e rimasto così, ma continua a vivere in diverse forme e diverse modalità di trasmissione. Non solo i racconti, ma anche Internet stesso tramanda, come mostriamo nel film.

Un altro esempio è l’anziana Carolina, madre di un cantastorie dei Monti Nebrodi, in Sicilia: novant’anni sapeva leggere e scrivere poco, ma era ricca di storie, proverbi e canzoni. Il figlio allora, le ha regalato un quaderno e una penna per mettere nero su bianco le sue memorie. Così si può dire che sia nata una nuova tradizione, rispetto ai canti siciliani della zona. Il figlio si è fatto carico di questa tradizione intima, e l’ha messa in musica. Fa degli spettacoli dove, invece di cantare le gesta di Orlando, canta le gesta di sua mamma, rimettendole in circolo.

Il film quindi è focalizzato su cosa significa tramandare le tradizioni, soprattutto dei contesti dell’entroterra, fuori dai contesti di omologazione. Decontestualizzare queste tradizioni, contaminandole, come avviene per esempio nel caso dei canti Arbëreshë, che oltre a prendere vita nelle feste con abiti tradizionali, sono rievocati arricchendosi a ogni passaggio che fanno in giro per l’Italia. Gesto di resistenza all’omologazione e di voglia di sopravvivere in futuro con la trasmissione. Un ossimoro ma di cui in quanto documentaristi abbiamo sentito di farci carico.

Come siete entrati a contatto con tutte queste realtà diverse?

Questo è stato un caso, ma abbiamo anche studiato molto. Abbiamo incontrato degli etnomusicologi che ci hanno raccontato il loro campo di studio. Con Ilario Meandri, dell’Università di Torino, abbiamo iniziato questa ricerca e poi a cascata gli altri che potevano aiutarci nei meandri di una tradizione orale molto diversificata: in parte storicizzata e studiata, ma per la gran parte, sconosciuta. A partire da questo abbiamo costruito una mappa di contatti che abbiamo sfruttato nei sopralluoghi, e a loro volta ci hanno suggerito altri. Lì abbiamo iniziato a scegliere una narrazione prima delle riprese stesse (anche se poi messa in discussione), però è stata una guida importante, costituita dai testi dei canti. Poi, nel montaggio di Diana Giromini si è strutturato il tutto.

Ogni luogo dell’Italia ha le sue storie, il suo tesoro, ma non potevamo seguirle tutte, produttivamente parlando. La selezione che abbiamo fatto è a livello narrativo, è personale a livello di contatti di amicizia stretti volta per volta. Fili più nostri, del tipo estetico-esistenziali. Per esempio nelle Marche, la prima persona che abbiamo contattato è stato uno storico e con lui stiamo collaborando per un nuovo film di finzione con protagonista un ragazzo somalo, che negli anni Trenta era stato portato in Italia e poi ha combattuto negli anni Quaranta per la Resistenza.

Sulle tradizioni orali è stato generico. Prima di tutto abbiamo incontrato Marco Meo, amico di amici, di cui ci ha colpito la storia. Lui è un ragazzo che abitava nel centro di Caldarola, oggi chiuso dai ponteggi a causa del terremoto, e tutto il suono, i canti sono cambiati dall’evento disastroso. Manca quella vita sonora urbana. Non è solo questione di patrimonio immateriale, ma anche patrimonio materiale. Gioiello è la Chiesa di Vestignano che siamo andati a vedere perché ricca di affreschi coperti per paura di crolli interni. Metafora di tutto il film: scoprire ciò che è nascosto per farlo riaffiorare. Da lì Marco conosceva un Domenico che negli anni Settanta/Ottanta andava in giro agli anziani a chiedere di cantare per imparare. Andando a trovarlo, Domenico non riusciva più a cantare per noi a causa della sua età, ma passa il tempo in garage in macchina a sentire i CD di se stesso quando ancora poteva farlo, commuovendosi. Gli abbiamo chiesto se avessimo potuto riprendere questa scena così personale e carica di significato. Alla fine di tutto però si è lasciato andare e ha cantato per noi, sforzandosi.

Abbiamo costruito un mosaico. Siamo stati una specie di archeologi, le Giovani Marmotte forse…

Come vi sentite nelle vesti di documentaristi nel mondo cinematografico di oggi?

Ci sono moltissime persone che fanno i documentari in Italia. Rappresenta una via più diretta per raccontare il proprio sguardo sul mondo; ma è necessario conoscere e fare ricerca. Il film che abbiamo presentato nel 2015 nella Mostra Internazionale d’arte cinematografica di Venezia [I ricordi del fiume] ha visto due anni di ripresa, oltre che il vivere a contatto quotidianamente per conoscersi e comprendersi.

Oggi in Italia il livello distributivo è ministeriale. È reso difficile perché non c’è lo stesso accesso al pubblico che ha un film di finzione. Questa cosa non accade negli altri paesi. Non dovuta dai distributori, ma dalle linee governative e culturali. Ci accontentiamo dei Festival, della “nicchia”. In più è strano perché, poi in realtà, il pubblico lo accoglie e vuole partecipare e conoscere. Il documentario è libertà, è fuori dalle convenzioni e così anche lo spettatore che lo guarda.

Noi cercheremo di andare in tutti i luoghi protagonisti del film quest’estate, come ospiti ad eventi, festival, ecc. Poi dall’autunno cercheremo di distribuirlo più in profondità, forse con un tour del film nelle sale cinematografiche.

Canone Effimero: il commento e la resistenza alla globalizzazione

Nonostante l’intento sia quello di rendere eterne attraverso il cinema alcune tradizioni effimere dell’entroterra italiano — Sicilia, Liguria, Marche e Calabria — non è un film facilmente fruibile. Canone Effimero, infatti, attraverso il formato 1:1, non mira solo a presentare sottoforma di “lista” una serie di usi e costumi familiari prendendone le distanze, ma fa del mezzo cinematografico un’arte in grado di partecipare al dialogo. Negli undici capitoli in cui è strutturata la narrazione, la camera fissa, la lunga durata, i ritratti sembrano collaborare all’emotività dei racconti. Come se i fratelli De Serio avessero voluto rendere il mezzo cinematografico, al contempo, strumento e testimone insieme, provando a resistere al tempo che passa e cancella.

Un film non solo fuori dalla malsana frenesia del quotidiano, ma anche fuori dalla globalizzazione e omologazione degli individui. Di fronte le tradizioni presentate, a volte, si rimane tagliati fuori, perché distanti da esse. In tutta la narrazione, una cosa che mi ha colpito è che nonostante vengano raccontate diverse storie, tutte sono sullo stesso piano e nessuna prevale sull’altra. Seguendo lo schema del documentario, non c’è la predilezione o un campanilismo da parte dei registi.

Pensato, accurato stilisticamente e molto riflessivo: non di certo il film della domenica in famiglia, ma quello in grado di rendere quella stessa famiglia immortale tra una sequenza e un’altra, condividendo quella vita lenta che appartiene a ogni famiglia e che non andrebbe mai dimenticata.