Film d’apertura della diciannovesima edizione della Festa del Cinema di Roma, Berlinguer – La grande ambizione è il nuovo lungometraggio di Andrea Segre, nelle sale dal 31 ottobre.

Berlinguer – La grande ambizione è un film serio, appassionato e rigoroso che ricalca nella sua forma la personalità del suo protagonista: il grande politico Enrico Berlinguer.
Il segretario del PCI, il più importante Partito Comunista del mondo occidentale, con oltre un milione di iscritti, qui viene raccontato nei suoi anni più significativi, quelli dal 1973, anno dell’attentato da parte dei servizi bulgari a Sofia, fino all’assassinio di Aldo Moro, nel 1978.

Quelli che decide di affrontare Segre sono gli anni del PCI in crescita che cerca di scollarsi in ogni modo dal modello del comunismo sovietico, gli anni del famoso compromesso storico proposto alla Democrazia Cristiana, insomma sono gli anni della Grande ambizione: riuscire a far governare il PCI nella democrazia, non con le lotte armate e non con le rivolte popolari, ma in un mondo democratico e senza diseguaglianze; la vera grande ambizione è quella del bene comune.

Berlinguer – La grande ambizione: il Berlinguer di Elio Germano

Segre sceglie come volto del suo Berlinguer quello del bravissimo Elio Germano, minuto e scomposto come “l’originale” non caricandolo di trucco prostetico, ma lasciando il tutto in mano all’attore che, con movenze ed espressioni facciali, riesce a restituire al pubblico una versione credibilissima del politico del PCI.

Germano sparisce dietro a Berlinguer, e al suo forte accento, facendosi portatore delle sue intenzioni, della sua incredibile dedizione alla causa politica e riportando perfettamente quell’immagine sgualcita di Berlinguer, scapigliato e dinoccolato, poco attento all’estetica e concentrato solo sulla realtà.

Il Berlinguer del film è, più che altro, l’uomo politico instancabile, con il suo modo meticoloso e quasi rituale di preparare i suoi discorsi pubblici, come dovesse esorcizzare la sua paura di sbagliare, una paura estremamente umana che rivela un senso di inadeguatezza propria del Berlinguer uomo. In un mondo di leader e di capi partito (soprattutto quello di oggi) Berlinguer è un segretario, portavoce di un popolo che è il suo unico vero capo, con cui dialogare e per cui lottare.

Ecco, forse è proprio questa la palla che Berlinguer – La grande ambizione passa alla classe politica di oggi, il dialogo vero con il proprio gruppo e con il popolo, la coesione e l’ambizione, che non è assolutamente quella del singolo che vuole arrivare primo a tutti i costi, ma quella di creare qualcosa di buono in cui tutti possano credere e ritrovarsi.

Per noi il comunismo altro non è che la realizzazione piena di tutte le libertà dell’individuo

In questo senso, il film di Segre è un biopic (molto più politico che personale) che parla più al presente che al passato, che racconta il mondo di ieri per guardare all’oggi e quindi sorge spontaneo chiedersi: c’è ancora chi tiene alla politica così tanto da mettere in discussione persino sé stesso? C’è ancora chi è disposto ad ascoltare anche la voce degli altri e non solo la propria? Mah…nel film le voci sono moltissime, tutte appartenenti a personaggi orbitanti intorno alla figura del segretario del PCI, ognuno presentato allo spettatore con il proprio nome scritto sullo schermo, come a voler fissare nel tempo quelli che hanno fatto la vera politica italiana; da Alberto Menichelli col volto di Giorgio Tirabassi al controverso Andreotti interpretato da Paolo Pierobon, e poi ancora Francesco Acquaroli è Pietro Ingrao, Fabrizia Sacchi è Nilde Iotti, Paolo Calabresi è Ugo Pecchioli, Andrea Pennacchi è Luciano Barca fino a Roberto Citran che qui presta il volto ad Aldo Moro.

Il punto focale del film è, infatti, proprio il confronto con l’altro, la grande capacità di ascolto di Berlinguer ma anche il suo saper parlare a tutti, (in questo lontanissimo dal Berlinguer quasi apatico di Esterno Notte che ci aveva fatto storcere un po’ il naso per il suo essere quasi un piccolo figurante della Prima Repubblica).

La dimensione politica e quella familiare

Il film di Segre, per quanto rigorosamente scandito da momenti storici precisi e reali, sui quali ben poco il regista ha romanzato, consegna al pubblico un ritratto piuttosto completo di Berlinguer: è il politico serio e testardo, l’uomo timido e insicuro, il marito amorevole e il padre presente; e sono proprio i momenti familiari a regalarci una sincera commozione, quelli in cui il segretario scrive i suoi discorsi con la figlia più piccola sulle gambe, quelli in cui si confronta con la moglie Letizia Laurenti, interpretata da Elena Radonicich, e quelli in cui spiega loro la vita e l’educazione attraverso la sua visione politica.

Certo, non c’è molto della vita prettamente personale di Berlinguer, ma la scelta registica sembra essere quella di voler virare consapevolmente sull’aspetto politico, quasi a voler lasciare privato ciò che lo è sempre stato…e va bene così, perché il film funziona e gira benissimo con la macchina da presa che entra nelle sale del potere, si muove tra politici, lavoratori, arriva fino in Russia da Breznev e torna in Italia alla festa dell’Unità.

Insomma, anche se di biopic sui grandi (e meno grandi) politici italiani ne abbiamo visti e ancora ne vedremo, Segre ha aggiunto un buon capitolo alla collezione, scegliendo di raccontare la storia di Berlinguer seguendo pedissequamente gli eventi, senza fronzoli e libertà autoriali, senza momenti melensi o vicende troppo personali; il regista qui si lascia guidare dalla sua vena documentaristica e dà più valore alla verità e al realmente accaduto, piuttosto che alla ricerca del nascosto, dando vita ad un connubio perfetto tra il vero Berlinguer e quello del film che non è una maschera ripescata dal tempo, ma solo il ritratto di un uomo che il suo tempo ha provato a cambiarlo.