L’alba della libertà (Rescue Dawn in originale), primo film del leggendario Werner Herzog prodotto da una major hollywoodiana, in un curioso cortocircuito meta cinematografico sceglie di raccontare nuovamente (in fiction questa volta, dopo il più riuscito documentario Little Dieter Needs to Fly del 1997) la storia vera dell’aviatore tedesco naturalizzato statunitense Dieter Dengler.

Affascinato dalla mirabolante storia del soldato che, inviato in una missione di bombardamento in Laos all’alba della guerra in Vietnam, viene catturato dai nemici, Herzog affida il ruolo di protagonista a un Christian Bale dedito a un trasformismo fisico che avrà certamente fatto la felicità di regista e attore. Dengler, recluso in quella prigione a cielo aperto che è la giungla, escogita un piano di fuga insieme ad altri cinque prigionieri (interpretati da ottimi caratteristi quali Steve Zahn e Jeremy Davies).

Non può esserci scenario bellico più funzionale alla poetica del sublime herzogiano di quello indocinese, in cui il personaggio di Christian Bale, connotato però da un titanismo ben più remissivo rispetto ad altri eroi cari al regista, sfida prima la prigionia dei Viet Cong e poi quella più estesa della natura, indifferente al conflitto eppure ugualmente tanto ostile.

Riducendo l’estetizzazione della guerra rispetto, ad esempio, a quanto fatto da Malick o Coppola, in L’alba della libertà, infatti, Herzog alterna immagini mimetiche che sembrano rifarsi al documentario a ipnotiche sequenze del madido paesaggio.
L’ibridazione degli stili conduce a un’immersione in un luogo asfissiante in cui la violenza sembra essere propria di una condizione primordiale del genere umano e non legata alle contingenze storiche di cui si perdono per lo più le coordinate durante il film.

Ma soprattutto è in quel finale stonatamente patriottico, di gioioso e quasi trionfale ricongiungimento dell’aviatore con l’esercito americano, che L’alba della libertà sembra completamente soprassedere a quella che è stata non solo una delle più immotivate e violente aggressioni da parte degli Stati Uniti d’America, ma anche una delle loro peggiori disfatte, mostrando Dieter Dengler solamente come un ragazzo con il sogno di volare.