Il ventottesimo film di Woody Allen, Harry a Pezzi, ha un cast stellare del calibro di Billy Crystal, Demi Moore, Amy Irving, Robin Williams, Paul Giamatti e Stanley Tucci.
Il re della auto-ironia e dell’auto-psicanalisi si racconta e analizza la società contemporanea in una pellicola irriverente e molto originale.
Harry a pezzi: la trama
Harry Block (Woody Allen) è uno scrittore sessantenne in piena crisi creativa (nomen omen). Oltre al lato professionale, anche la sua vita sentimentale sta andando a rotoli. Persino i suoi rapporti d’amicizia vacillano.
Un giorno riceve una visita dalla sua vecchia fiamma Lucy (Judy Davis), che, furibonda, lo accusa di avere inserito particolari della loro storia nel suo ultimo libro. Harry infatti è l’ex-marito di sua sorella, che aveva tradito per frequentare proprio lei. Lucy lo minaccia con una pistola spingendo Harry a raccontare la sua vita per filo e per segno.

Così, parte la sua rocambolesca narrazione, tra sei analisti, tre matrimoni e i suoi romanzi.
Lo scrittore va letteralmente a pezzi e inizia a fondere la realtà con i suoi racconti di finzione e mescolare i tratti delle persone che conosce con quelli dei personaggi da lui inventati. Infatti, tramite quest’ultimi, Harry racconta in maniera camuffata vari episodi della sua vita.
In questa divertente alternanza, lo spettatore si perde tra fantasia e verità.
Sa, io vado a puttane… così non devo parlare di politica, di film, di Proust; quindi siamo ‘felici e clienti’.
Harry Block
Harry a pezzi è stato uno dei candidati al premio Oscar 1998 per la migliore sceneggiatura originale, dopo essere stato presentato fuori concorso al Festival di Venezia del 1997. Come moltissime delle pellicole di Allen, è stato girato principalmente nella Grande Mela. Con la sua scrittura stratificata e appassionante, è senza ombra di dubbio uno dei miglior lavori del regista newyorkese che brilla in verve satirica tra battute e aforismi memorabili.

La trama non è lineare (soprattutto nella prima parte) e il regista si diverte a decostruirla, a farla a pezzi, proprio come l’animo del protagonista.
Harry è una persona sgradevole, irritante, irresponsabile e anche erotomane. Un uomo senza filtri dalla sincerità disarmante, talvolta fastidiosa. Ed è proprio questo l’intento di Allen, dar fastidio alla mentalità bigotta americana.
Lo fa, però, armato di trovate geniali, tempi comici perfetti e un’ironia da standing ovation. Inutile dire che, allo stesso tempo, esattamente come Harry, il regista mette molto della sua vita e delle sue attitudini in questa pellicola.

Da grande autore comico qual è, Woody Allen spazia tra lacrime e risate con stratagemmi semplici e brillanti. La storia serve come pretesto per l’inserimento di siparietti comici tra situazioni surreali e divertenti.
Capita, per esempio, che un personaggio venga interpretato da due attori che si alternano nelle scene. Questo escamotage raggiunge il culmine quando Harry, sotto effetto di cannabis, incontra il suo alterego. Più geniale di così!
– Harry: Che Dio mi fulmini adesso se mento!
WOODY ALLEN – Harry Block
– Jane: Tu sei ateo, Harry!
– Harry: Beh… siamo soli nell’universo, vuoi darmi la colpa anche di questo!?
AMY IRVING – Jane
Harry a pezzi è uno dei film più divertenti e interessanti della carriera di Woody Allen, in cui utilizza un linguaggio per lui inusuale.
Sconcio e sboccato, immorale e blasfemo.
Tra una gag e l’altra, ironizza sull’amore e sull’amicizia, sul sesso e sui tradimenti. Con il suo solito brio, riesce a toccare pure temi profondi attaccando anche la Chiesa o la religione ebraica. Niente e nessuno è risparmiato da un Allen tagliente come non mai.

Ma nella pellicola c’è, in più, tutta la sua passione per due registi che ama profondamente: Ingmar Bergman e Federico Fellini. Riguardo al primo, in Harry a Pezzi c’è un tributo a Il posto delle fragole.
Nel film del regista svedese, il professore Isak Borg viene insignito di un onorificenza dall’università in cui si è laureato e intraprende un viaggio in macchina per raggiungerla. In Harry a pezzi, Woody Allen ricalca la stessa dinamica con un tributo al marchio svedese Volvo, macchina utilizzata dallo scrittore per il suo viaggio.
Per quanto riguarda Fellini, si può paragonare la pellicola del regista della Grande Mela a 8½ . Entrambe vedono al centro della storia un artista che lotta con gli eventi della sua vita, in un viaggio fatto di fantasia e memoria.

Nel film con Mastroianni, l’universo onirico è molto presente; in quello di Allen ci si sposta su un livello meno poetico, ma ricco di un umorismo unico e trovate uniche. Impossibile non citare la scelta di utilizzare Robin Williams sotto forma di personaggio sempre fuori fuoco oppure Billy Crystal come un novello diavolo.
Harry a pezzi è un film intriso del classico pessimismo alleniano, ma che nel finale ha una svolta rasserenante. La sorpresa migliore è proprio nell’epilogo: i personaggi nati dalla sua penna vanno a rendere omaggio a Harry.
Ritrovare la vena creativa, rimetterà insieme i cocci della sua esistenza sgretolata. L’arte gli salva la vita.
