Good morning Vietnam è una commedia cult con un incontenibile Robin Williams, è un’opera firmata da Mitch Markowitz alla sceneggiatura e diretta da Barry Levinson.
Il film si distingue come una voce fuori dal coro nel panorama delle pellicole dedicate alla guerra del Vietnam del cinema degli anni Ottanta: invece che mostrare le rappresentazioni più cruente e brutali del conflitto, attraverso la radio e la musica affronta il tema con dissacrante ironia.

Durante la guerra del Vietnam, l’aviere di prima classe Adrian Cronauer (Robin Williams) viene assegnato a una radio militare nella città di Saigon. Con il suo stile ironico, anticonvenzionale e decisamente pungente solleva il morale dei soldati (sulle note del rock and roll e della musica contemporanea), però, allo stesso tempo si fa molti nemici tra i suoi superiori. Mentre stringe legami anche con vietnamiti, Cronauer inizia a capire la verità dietro la guerra e le posizioni di potere.

Due anni prima del successo di L’Attimo Fuggente, Robin Williams sorprende il pubblico interpretando Adrian Cronauer, un vero speaker radiofonico dell’esercito americano. A differenza di molti personaggi cinematografici, Cronauer non è frutto della fantasia degli sceneggiatori.

Tuttavia, lo stesso Cronauer ha spesso sottolineato come la rappresentazione offerta da Williams — per quanto brillante — fosse in gran parte romanzata. Nella realtà, l’ambiente militare non concedeva quella libertà d’espressione che il film lascia intendere, e l’atmosfera era molto più rigida e severa di quanto mostrato sullo schermo.

There’s a lot of Hollywood exaggeration and outright imagination.

(C’è molta esagerazione hollywoodiana e un’assoluta immaginazione. Adrian Cronauer sul film)

A Robin Williams venne lasciato molto spazio, soprattutto durante le scene radiofoniche. Il motivo è piuttosto comprensibile e condivisibile: è proprio in quel flusso che l’attore dava il meglio di sé. Parole, gesti, urla, silenzi tutto di getto a rendere memorabili le sue rappresentazioni. Le stesse interviste sono un vero e proprio gioiello. Per chi si trova nella posizione di dover interpretare un ruolo, l’improvvisazione rende più fresco e veritiero il tutto e lo spettatore si sente più coinvolto emotivamente.

Nel 2006, durante un’intervista rilasciata al talk show radiofonico americano Fresh Air, Robin Williams ha parlato con la giornalista Terry Gross anche del tema dell’improvvisazione. Ha spiegato come, contrariamente a quanto spesso si crede, l’improvvisazione non sia sinonimo di caos o spontaneità incontrollata, ma richieda invece una notevole dose di disciplina, concentrazione e sensibilità.

Per improvvisare davvero, ha sottolineato, è necessario ascoltare attentamente e costruire con precisione, trovando la parola giusta al momento giusto. In questo percorso, sia la sua formazione alla Juilliard School, sotto la guida di John Houseman, sia l’esperienza come stand up comedian sono stati fondamentali per affinare il rigore tecnico e l’intelligenza scenica, che hanno reso il suo stile così unico. Particolarmente interessante è stata la sua riflessione sulle aspettative del pubblico: Williams ha osservato come il suo modo di recitare, così esuberante e “scatenato”, abbia spesso portato gli spettatori a pretendere costantemente da lui quel tipo di energia, quasi fosse una maschera fissa.

Uno spunto che invita a riflettere sul rapporto tra attore, pubblico e identità scenica. Nonostante tutto il suo brillare in queste scene, Williams stesso ha dichiarato di preferire lo script scritto da seguire: meno complicato sicuramente e con meno sforzo creativo.

Good morning Vietnam è un film che racconta la guerra senza mostrarla direttamente, a differenza di pellicole come Apocalypse Now di Francis Ford Coppola, Platoon di Oliver Stone, Il cacciatore di Michael Cimino, Full Metal Jacket di Stanley Kubrick.

Il protagonista, non è un soldato impegnato al fronte: fatta eccezione per alcuni attentati, gli effetti del conflitto emergono soprattutto nella seconda parte del film, attraverso le immagini che accompagnano le canzoni trasmesse alla radio. Cronauer non incarna il classico eroe bellico che evolve attraverso battaglie vinte e amici perduti.

Sebbene faccia parte dell’esercito, viene rappresentato nella sua fragilità e impotenza: è un uomo comune, la cui coscienza si risveglia progressivamente nel corso della narrazione. Il film propone così una riflessione, in linea con il clima culturale degli anni Ottanta, sul senso del conflitto, sul contesto della Guerra Fredda e sul ruolo degli Stati Uniti, non sempre identificabile con quello del pacificatore. L’ambiguità tra bene e male è proprio una delle chiavi di lettura di questo film.