La statua di Lenin vola sopra i cieli di Berlino. Una donna assiste attonita al tutto, non riuscendo a comprendere cosa stia accadendo.

Come si è arrivati a tutto ciò? Tale scena, dunque, sta a rappresentare probabilmente uno dei momenti più iconici di Good Bye, Lenin!, diretto da Wolfgang Becker nel 2003, nonché uno dei film tedeschi dell’epoca postmoderna di maggior successo, che a sua volta ha ufficialmente lanciato il giovane e talentuoso Daniel Brühl, oggi vera e propria star internazionale.

Good Bye, Lenin!, dunque, racconta un periodo storico di decisiva importanza non soltanto per la Germania, ma per il mondo intero: la caduta del Muro di Berlino (avvenuta il 9 novembre 1989). Eppure, nonostante ciò, come vedremo a breve, dati i temi trattati, questo importante lungometraggio di Becker assume immediatamente connotazioni universali, raccontando per immagini innanzitutto un tanto tenero quanto delicato rapporto madre-figlio in una storia commovente, ma mai banale o gratuita.

E così, in Good Bye, Lenin!, assistiamo alle vicende di Christiane (impersonata da Katrin Sass), una donna coraggiosa ma dalla salute cagionevole, che per molti anni, in seguito alla figa del marito nella Berlino Ovest, ha sostenuto la Repubblica Democratica Tedesca.

Una sera, tuttavia, dopo aver assistito al pestaggio di suo figlio Alex (Daniel Brühl, appunto) durante una manifestazione contro il regime, Christiane ha un infarto e finisce in coma. Otto mesi dopo, però, finalmente si risveglia, ma nel frattempo le cose sono parecchio cambiate: il Muro è caduto e la Germania sta per essere riunificata.

La sua amata DDR non esiste più. Al fine di non farla agitare e di non farle vivere uno shock che potrebbe esserle fatale, dunque, Alex inscenerà una singolare farsa, grazie anche all’aiuto della sua ragazza Lara e di amici e famigliari, facendo credere alla propria madre che, in realtà, tutto è rimasto come prima. Per quanto tempo riuscirà a nasconderle la verità?

Il mondo “ricostruito” da Alex è perfetto in ogni singolo dettaglio. Nel loro appartamento, infatti, si possono addirittura trovare cibi ormai non più in commercio. E grazie al suo lavoro presso una TV locale, finti telegiornali realizzati per l’occasione possono rivelarsi particolarmente preziosi. In Good Bye Lenin!, dunque, situazioni al limite del paradossale forniscono una dose di gradita ironia a un lungometraggio che, a sua volta, si distingue innanzitutto per un ottimo lavoro di scrittura e per una regia pulita e priva di fronzoli, che ben sa sfruttare ogni singolo elemento a favore della storia (la suddetta scena della statua è diventata praticamente leggendaria) evitando sapientemente ogni retorica.

Eppure, come già menzionato, il presente Good Bye, Lenin! non si limita a raccontare attraverso una storia che ha dell’incredibile un periodo storico del secolo scorso di centrale importanza, ma, grazie a gesti e azioni che non hanno bisogno di parole, mette in scena innanzitutto un tenero rapporto tra madre e figlio che, nonostante le difficoltà incontrate nel corso degli anni, è quanto di più forte e puro che ci sia.

Particolarmente degno di nota, a tal proposito, lo sguardo di Christiane mentre l’intera famiglia guarda uno dei finti telegiornali di Alex, il quale si rivolge ora affettuosamente al figlio (nel frattempo contento che la sua farsa stia funzionando), ora, distrattamente, al televisore. Wolfgang Becker ha dunque colto perfettamente nel segno. E a ben ventun anni dalla sua realizzazione, questo suo Good Bye, Lenin! è ancora un film che fa parlare di sé. E questa, si sa, non è roba da poco.