Sineddoche. Secondo l’Enciclopedia Treccani, la sineddoche è un “procedimento linguistico espressivo, e figura della retorica tradizionale, che consiste nel trasferimento di significato da una parola a un’altra in base a una relazione di contiguità intesa come maggiore o minore estensione”.
Il titolo Synecdoche, New York, tuttavia, oltre alla suddetta figura retorica, si ispira anche alla cittadina di Schenectady, nello Stato di New York. E così, dunque, già con tali premesse, ci rendiamo conto di come questo lungometraggio di Charlie Kaufmann, presentato in concorso al Festival di Cannes nel 2008, ma – ahimé! – uscito nelle sale italiane solo sei anni più tardi (e addirittura poco tempo dopo la prematura scomparsa dell’immenso Philip Seymour Hoffman, qui nel ruolo del protagonista), sia un film del tutto complesso e stratificato.
Senza voler essere retorici, “il film che non ci aspettiamo”. Ma, per chi ancora non l’avesse visto, vediamo da vicino di cosa stiamo parlando.
Synecdoche, New York: la trama

Protagonista di Synecdoche, New York, dunque, è il regista teatrale Caden Cotard (Hoffman, appunto), il quale si trova in un momento a dir poco cruciale della propria esistenza: sua moglie lo ha appena lasciato, in più, egli è fortemente ipocondriaco, ma presenta anche sintomi di una malattia reale, e sta tentando di portare a compimento (con molta fatica, a dire il vero) la sua ultima opera. La sua vita, pian piano, inizia a prendere una piega sempre più inaspettata. Come andrà a finire?
Buon Charlie non mente
Fermandoci a una breve, sommaria lettura della sinossi, dunque, potremmo credere che il presente Synecdoche, New York sia uno dei tanti film che raccontano la crisi professionale e personale di un artista in un momento particolare della sua vita. Eppure, Synecdoche, New York non è (solo) questo.
Synecdoche, New York è, in realtà, un lungometraggio molto più articolato di quanto inizialmente si possa pensare. E già leggere il nome di Charlie Kaufmann in qualità di regista (qui addirittura alla sua opera prima) ci fa ben sperare in un prodotto come se ne vedono pochi (sia nelle sale cinematografiche che sugli schermi di prestigiosi festival, naturalmente).
Una parte per il tutto

Vera peculiarità di Synecdoche, New York, infatti, è proprio la coraggiosa messa in scena adottata da Kaufmann, che si rivela immediatamente necessario compimento per una sceneggiatura in cui realtà e finzione di incontrano, si scontrano, si fondono e si confondono in continuazione, in cui sovente manca volutamente ogni riferimento spazio-temporale, in cui nemmeno noi, a un certo punto, sappiamo più cosa sia reale e cosa frutto dell’immaginazione del protagonista.
Perfettamente in linea con la figura della sineddoche, l’esistenza stessa di Caden è, dunque, una metafora della vita, con tutti i suoi momenti di crisi, i suoi alti e bassi, il suo far parte, a sua volta, di qualcosa di ben più grande, all’interno del quale ogni singola vita umana si perde in mezzo alle altre, facendo sì che anche i problemi più insormontabili possano sembrarci qualcosa di tanto, tanto piccolo.
Uno stile inconfondibile

E poi, naturalmente, c’è lo stile visivo di Charlie Kaufmann. Uno stile visivo che porta fortemente all’estremo il cinema di Spike Jonze (con cui Kaufmann ha sovente collaborato come sceneggiatore e che qui compare anche in veste di produttore), che trova un linguaggio tutto suo, che ci appare sì spiazzante e “caotico”, ma anche libero come l’aria, leggero come una brezza primaverile, nel suo essere così estremamente visionario.
E come non citare l’uso del montaggio in qualità di “attore principale” nel realizzare tale effetto? In Synecdoche, New York, il montaggio contribuisce ad ampliare questo forte senso di spaesamento (e di profonda trasformazione, sia interiore che esteriore) vissuto dal protagonista, dando vita a una sorta di vertiginoso loop in cui sembra praticamente impossibile trovare una via d’uscita, in cui sembra non esserci speranza alcuna di salvezza. O forse no?
FAQ – Domande frequenti su Synecdoche, New York
Cosa vuole raccontarci il regista con Synecdoche, New York?
Attraverso la storia di un uomo che sta vivendo un profondo cambiamento professionale e personale, Charlie Kaufmann ci parla della vita, dell’arte, di ogni processo creativo.
Come mai Synecdoche, New York è uscito così tardi nelle sale italiane?
Malgrado il grande successo al Festival di Cannes, Synecdoche, New York è uscito in Italia sei anni dopo la sua realizzazione per problemi dovuti alla distribuzione.
Quali premi ha vinto Synecdoche, New York?
Nel 2009, Synecdoche, New York ha vinto il Robert Altman Award agli Independent Spirit Awards per il Miglior Cast, così come il Premio al Miglior Film d’Esordio.
Il film, inoltre, si è aggiudicato il Premio alla Miglior Sceneggiatura da parte della Austin Film Critics Association.

Synecdoche, New York è stato nominato agli Oscar?
No, malgrado l’elevata qualità artistica e il grande successo di critica, Synecdoche, New York non si è aggiudicato nessuna nomination ai Premi Oscar.
Quali sono i temi prediletti da Charlie Kaufmann nella sua filmografia?
Charlie Kaufmann si è spesso occupato di tematiche come la vita, la morte, ma anche, come in questo caso, la rappresentazione stessa della realtà. E lo ha fatto con uno stile del tutto visionario, surreale e molto soggettivo, in cui spesso mancano volutamente precisi riferimenti spazio-temporali.
