Più che un film uno sfogo creativo? Un tiro mancino agli ignari spettatori o forse un divertimento solipsistico e autoreferenziale? Broken Rage, il nuovo progetto (senza sbilanciarsi nella definizione) del maestro Takeshi Kitano presentato fuori concorso all’ 81. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, è probabilmente tutto questo e molto di più, in un tutt’uno capace di rappresentare l’essenza del suo autore.

Kitano, come spesso da tradizione anche protagonista, veste i panni di uno yakuza che, muovendosi nei bassifondi di Tokyo, viene assoldato da un ignoto malavitoso per uccidere dei bersagli. Arrestato dalla polizia, però, sarà costretto a infiltrarsi nella rete criminale fino a condurre le forze dell’ordine dal misterioso committente.
Non appena le vicende trovano una loro soluzione, inaspettatamente il “film” ricomincia narrando le medesime situazioni calate, però, in uno spassoso carosello di comicità dal sapore squisitamente giapponese.

Il cortocircuito che Broken Rage porta sul grande schermo, beffeggiando anche quella compulsiva cannibalizzazione per lo più hollywoodiana rappresentata dai numerosi remake e reboot riproposti annualmente, condensa quell’incredibile capacità di Kitano di muoversi tra il registro del drammatico e quello del comico, la violenza più pulp e il grottesco umorismo.
Nella durata (curiosamente atipica) di poco più di un’ora, infatti, il leggendario regista mette in scena, quasi sotto un autoreferenziale disturbo dissociativo della personalità, un breve yakuza movie, simulacro del Takeshi Kitano di Sonatine, di Brother e molto altro ancora, e il Beat Takeshi più scanzonato che, dai teatri di Asakusa, alla televisione di Takeshi’s Castle, passando per cult come L’estate di Kikujiro, si cimenta in sketch goliardici.

L’operazione autocelebrativa, dissacratoria e sorprendente di Broken Rage rappresenta senz’altro un curioso esperimento metacinematografico (tra il teatro di varietà e quello dell’assurdo, condito da gag fisiche tipicamente nipponiche) che riempirà di risa le bocche dei fan di Takeshi Kitano, lasciando nondimeno interdetti i neofiti.
Certamente, però, il formato scelto (quello cinematografico) tradisce forse la presunzione di chi, in qualità di autore affermato, sente di potersi concedere ogni sfizio, non reputando il progetto probabilmente degno e più aderente ad altre tipologie audiovisive (quella televisiva o del video, ad esempio).
