Nell’affascinante e variegata (tanto da risultare a volte contraddittoria) cultura giapponese – che negli ultimi anni ha invaso l’occidente con un giapponismo più dilagante di quello che ha travolto il modernismo – l’estate è sempre stato un momento privilegiato per dipingere tranche de vie con pennellate d’acquerello che si discostano diametralmente dalle iperavventurose vicende che, dall’altra parte del Pacifico, vivono invece i bambini americani (tra tesori da scovare, alieni da riportare a casa e pagliacci demoniaci dalle cui grinfie sfuggire).
Quando il leggendario Takeshi Kitano decide di narrare il suo personale viaggio in L’estate di Kikujiro, tra autobiografismo (come di consueto miticamente autocostruito) e surrealismo, dirige un’opera agrodolce capace nuovamente di demistificare lo yakuza, figura malinconica che, come già in Sonatine, trova unicamente nel gioco infantile una regressione redentiva e salvifica.

Attraverso un tanto classico quanto confortevole road movie, in L’estate di Kikujiro l’autore sembra quasi rievocare la propria infanzia (automitizzata) mettendo in scena la storia del piccolo Masao che, all’alba di un’estate solitaria, viene accompagnato alla ricerca di sua madre da uno yakuza da strapazzo, Kikujiro (interpretato da Kitano stesso che, scegliendo per il personaggio il nome del padre, crea un introspettivo rispecchiamento con i due personaggi). Le intuibili delusioni che sopraffaranno il bambino saranno, però, alleviate dal malavitoso e da una costellazione di imprevedibili figuri (emarginati nei confronti dei quali l’apparenza è ingannatrice) che gli si pareranno lungo il viaggio.

La prevedibilità della narrazione è esaltata e poi stravolta da un equilibrio alchemico ponderatissimo tra dramma e violenza, tenerezza e cinismo, disillusa pulsione di morte e impetuosa energia vitale, sempre stemperato da un’irresistibile comicità (anche grottesca e scorretta) che tramuta L’estate di Kikujiro in un susseguirsi di imprevedibili situazioni.
La ricercatezza delle immagini, esuberanti e spesso surreali (che nei sogni di Masao rievocano addirittura il teatro Kabuki), inquadra un Kitano/Kikujiro anch’egli polarizzato nella posa inespressiva che cede il passo a movenze esagerate e grottesche, nell’iracondia che cela la gentilezza (sottolineata dal dolce tema di Joe Hisaishi) e nella violenza caricaturale che sfocia in quadri spesso di un’elegiaca comicità.

L’estate di Kikujiro nella rielaborazione nostalgica di un’infanzia difficile (non cedendo, però, ad alcun sentimentalismo) è un limpido compendio della creatività poliedrica di un grande maestro della settima arte, troppo spesso lasciato nel dimenticatoio.
Presentandosi con una sincerità non priva di contaminazioni fantasiose, il cineasta si offre in tutta la sua energia allo spettatore tanto sotto la veste di “Beat” Takeshi, il comico fracassone, sgangherato e irriverente (che dai palchi di Asakusa arriva a creare il mitico Takeshi’s Castle), quanto sotto la maschera del Kitano autore malinconico che, attraverso le immagini, celebra disilluso il gioco della vita (quello, ad esempio, di Sonatine e di Hana-Bi).

[…] che, dai teatri di Asakusa, alla televisione di Takeshi’s Castle, passando per cult come L’estate di Kikujiro, si cimenta in sketch […]
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