È il 2005 quando L’orizzonte degli eventi arriva al cinema, in piena primavera. Il film diretto da Daniele Vicari e presentato alla Settimana internazionale della critica del 58º Festival di Cannes.

Una pellicola dalle atmosfere tutt’altro gioiose, che avvicina due poli (apparentemente) lontani da loro, ma accomunati da una sottile banalità del male: infatti, L’orizzonte degli eventi viene girato sia sull’aperto massiccio del Gran Sasso, precisamente sull’altopiano di Campo Imperatore, sia nei laboratori dell’INFN, fatta eccezione per qualche scena girata a L’Aquila. Ambientazioni completamente diverse da loro, ma associate dal cinismo del protagonista, interpretato dal magistrale Valerio Mastandrea (all’epoca 34enne).

Le scenografie sono gli elementi più importanti per cogliere una sorta di messaggio in questo film e, spesso, sovrastano l’eventuale storia qui narrata. 

La trama del film di Daniele Vicari

Max Flamini (Valerio Mastandrea) lavora come fisico nei laboratori dell’INFN del Gran Sasso. La sua vita personale sembra a pezzi, ma la carriera prende una svolta positiva quando assume il ruolo di capo della ricerca sui neutrini. 

Tuttavia, le difficoltà legate al progetto lo portano a falsificare i dati scientifici della ricerca da pubblicare, ma quando il suo imbroglio viene scoperto dalla collega Anais (Gwenaëlle Simon), scienziata con la quale ha anche una relazione, Max deve chiedere le dimissioni. Questa crisi, lo porta a volersi uccidere con l’auto. Ma non ci riesce, si risveglia con poche ferite, poiché è viene soccorso da Bajram (Lulzim Zeqja), un pastore albanese che ha un gregge nella zona. Inizialmente si prende cura di lui e Max si adagia, ma Bajram lo intima spesso di andarsene.

Inizialmente Bajram sospetta che Max abbia commesso qualche reato, avendo notato un paio di auto della Polizia alla sua ricerca, ma poi Max gli confiderà che voleva uccidersi. 
Nel frattempo, Bajram viene minacciato da una banda di taglieggiatori che pretende 5000€ dal pastore, così per sdebitarsi Max decide di pagare il debito del pastore. 

Rientra a L’Aquila a prelevare il denaro, dopo un viaggio lungo. Ma, alla fine, non torna da Bajram con i 5000€, che quindi viene ucciso barbaramente.
Il film finisce così, con Max che se ne lava le mani per nessun apparente motivo e va a cercare Anais, che lo accoglie come nulla fosse.

L’orizzonte degli eventi: la recensione

L’orizzonte degli eventi sono 115 minuti di rumore. Una storia che ti lascia l’amaro in bocca che non si sa bene cosa vuole dire: c’è chi ci vede l’inesorabile fallimento della globalizzazione, che lascia indietro la morale in nome del progresso, e chi ci vede la storia di un uomo che si vergogna tanto di un padre fraudolento per poi inciampare nei suoi stessi errori. 

Chi, ancora, ci vede un equilibrio seppur malsano tra le classi sociali che vivono sullo stessa montagna ma che non si incontrano mai. 

Ma perché si parla di rumore? Perché il missaggio del tecnico del suono Benni Atria e le musiche originali di Massimo Zamboni non fanno mai riposare le orecchie. C’è un’inquietudine onnipresente che rende pesante ogni scena, anche quella più calma, anche dove non sta succedendo davvero nulla. 

Non ci sono mai solo gli uccellini che cinguettano, ma anche i campanacci delle pecore, l’abbaiare dei cani. Sottoterra, dove dovrebbe esserci silenzio assoluto, la musica a livello extradiegetico è imponente e sovrasta tutta la visione dello spettatore. 

È come se il suono volesse ricordare che non c’è mai davvero pace e serenità nella vita di Max e di coloro che lo incontrano.