Francia, 1944. Un gruppo di avanzi di galera della peggior specie: assassini, ladri, disertori e un tenente condannato per insubordinazione è destinato alla fucilazione.

Il convoglio sul quale viaggiano buca una ruota, la sfortuna non finisce perché viene attaccato dai tedeschi, grazie al parapiglia cinque di loro riescono a scappare. Lo sparuto e surreale gruppo di criminali si organizza e decide di dirigersi in Svizzera perché “mentre gli altri fanno la guerra loro fanno la cioccolata”. Nel percorso verso la frontiera elvetica incontrano un tedesco disertore e uccidono un gruppo di tedeschi che in realtà sono militari specialisti americani in missione in incognito. Per rimediare al guaio fatto e per una vaga voglia di rivalsa si sostituiscono a loro nella missione che consiste nel fermare un “maledetto treno blindato” che trasporta ordigni nucleari terrificanti.

Grazie all’aiuto dei partigiani francesi riusciranno a far esplodere il treno e sarà un trionfo di fucilate, sangue ed esplosioni, però, quasi come in dramma Shakespeariano, soltanto uno di loro riuscirà a portare a casa la pelle e a coronare il suo amore con la crocerossina-partigiana Nicole.

Il film di Enzo G. Castellari è uscito in Francia col titolo “Une poignèe de salopards” in America con “Counterfeit commandos” e in Inghilterra col titolo di “The inglorious bastards”, eh si proprio da questo film infatti prende spunto Tarantino per il suo capolavoro “Bastardi senza gloria”, che in realtà, e per fortuna, ha poco a che spartire con questa pellicola.

Quel maledetto treno blindato (197A conquistare il cuore di maestro Quentin è stato sicuramente il susseguirsi di scene spettacolari, come la fuga dal monastero occupato dai tedeschi, o l’inseguimento in moto al treno (che per chi ama Castellari è una citazione della grande fuga, per chi lo odia solo un copia-incolla). Ma forse a colpire di più è il tono ironico col quale ci viene presentata tutta la vicenda. La linea comica è molto evidente e coglie nel segno, è affidata quasi totalmente al soldato capellone, pazzo e italoamericano, che a volte col suo slang anglo-siciliano ricorda troppo da vicino Franco e Ciccio. La cosa più convincente, e ripresa da Tarantino, è quindi l’utilizzo di personaggi improbabili, grotteschi e buffi (forse poco credibili) e il farli muovere in un contesto serissimo e cupo come la guerra.

La regia non si concede una messa in scena particolarmente poetica, ma comunque non mancano movimenti di macchina ben realizzati e qualche ralenti efficace anche se spudoratamente copiato a Sergio Leone.

La violenza la fa da padrona in tutto il film, non si rinuncia a niente, i tedeschi vengono uccisi persino con una balestra medievale, sullo sfondo del finale romantico c’è una stazione che salta in aria e viene dilaniata dall’esplosione del treno, e anche nella scena di nudo, immancabile nei film di serie B italiani, le ragazze, truppe ausiliari tedesche, oltre a mostrare le loro grazie sparano sventagliate di mitra.

Chi cerca particolari significati morali o sotto-testi impegnati resterà deluso, il film di Castellari è un prodotto commerciale, ma realizzato a perfezione: il regista sfrutta un discreto budget egregiamente, le ricostruzioni sono credibili e mai posticce, non manca l’azione più pura, si sorride a qualche battuta e il tutto, seppur terribile come la guerra, assume un tono scanzonato. Se proprio vogliamo dare uno spessore sociale al film, ma credo sia una inutile forzatura, possiamo dire che l’atrocità della guerra non risparmia nessuno, a morire sono quelli con le divise americane e quelli con le divise teutoniche, e proprio queste divise non sono importanti, vengono scambiate in continuazione, a sottolineare il fatto che siamo tutti uguali, tutti crudeli allo stesso modo con un mitra in mano e tutti impauriti nella medesima maniera quando ci troviamo dall’altra parte della canna del mitra.